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Piranha 3D

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VOTO: 4

Il ritorno dei pesci cattivi

Rifacimento di Piraña, diretto da Joe Dante nel 1978, la storia è ambientata nei pressi dell’immaginario Lake Victoria (quello vero si trova in Africa!) in Arizona, che ospita ogni anno, durante le “vacanze di primavera”, la baldoria degli studenti americani: sesso, alcol e musica. Purtroppo, gli abitanti della piccola località non dovranno questa volta fare i conti solo con le sbronze e gli schiamazzi dei vacanzieri. A Lake Victoria sta per scatenarsi il terrore, quando una scossa tellurica libera dai fondali del lago banchi di pesci carnivori preistorici…
Il francese Alexandre Aja ormai sembra abbonato ai remake, benché Piranha 3D sia lontano anni luce, per qualità e originalità, dal suo rifacimento de Le colline hanno gli occhi (The Hills Have Eyes, 2006); quello sì un ottimo film dell’orrore. Alcuni critici, palesando gravi lacune formative, ritengono che la parola “genere” sia sinonimo di mediocrità narrativa, la quale può essere nobilitata esclusivamente dall’acume dell’esperto di turno. In poche parole, il concetto è il seguente: “Il film fa schifo a tutti, ma non a me, visto che io sono l’unico in possesso degli strumenti per capirlo”. Bene, queste sono delle crasse fesserie, nonché il segno di una certa arroganza, e film come quello di Aja fanno pena e basta, essendo ben al di là del cosiddetto primal enjoyment: quei prodotti concepiti esclusivamente per il puro intrattenimento, tanto per intenderci, malgrado aventi qualche spunto di livello vuoi formale vuoi narrativo. “Genere” non significa dunque bassa qualità, ma il rispetto di alcuni tòpoi. Ricordiamoci sempre che erano classificati come B-movie le pellicole di Roger Corman (1926 – 2024), dunque rispetto per il “genere” e, soprattutto, per lo spettatore. Abbiamo ritenuto utile approfittare di questa occasione per esprimere una opinione, temiamo, ben poco diffusa, sapendo di non togliere spazio alla recensione vera e propria di una pellicola sulla quale c’è poco o nulla da dire.
In Piranha 3D ogni scusa è buona per mostrare le “grazie” delle donne, specialmente se si tratta dei corpi mozzafiato di Kelly Brook e Riley Steele, quest’ultima attrice porno di fama e di discreto “talento”: per dimostrare che chi scrive non ha problemi di sorta a confrontarsi con qualsiasi forma di produzione filmica. Invero, una delle pochissime cose interessanti della pellicola di Aja è l’utilizzo che egli fa di attrici Hard, come a voler far intendere – questa sì per fortuna che potrebbe essere una riflessione utile per il pubblico – che le scene di ballo collettivo mostrate nel film, così simili per gusto e forma a quell’orrendo materiale costantemente messo in onda su MTV, hanno parecchio in comune con la pornografia.
Purtroppo, anche questa volta si commette il medesimo errore di molto cinema contemporaneo: fare due film in uno, completamente slegati nella trama e nelle atmosfere. Sarebbe stato preferibile se si fosse scelto di approfondire la parte Horror, piuttosto che perdersi dietro ai sederi delle protagoniste o alla solita mattanza – tirata assai per le lunghe – fatta di una orgia di sangue, budella, arti maciullati, nella quale ritroviamo l’amore di questo autore per lo splatter; bisogna però riconoscere che almeno questo tipo di scene gli viene bene.
Il cast non andrebbe nemmeno commentato, solo una piccola riflessione sul ridicolo cammeo di Christopher Lloyd, il quale ripropone le solite movenze ed espressioni alla Fester, come se fosse stato catapultato nuovamente in un altro episodio de La famiglia Addams (The Addams Family, come non ricordare, a tal proposito, la gustosissima serie televisiva della ABC, andata in onda per la prima volta tra il 1964 e il 1966). Se persino un attore di così alto profilo finisce nella più assoluta sterilità recitativa, vuol dire che l’opera in questione è nata sotto una cattiva stella.
Aja prova di non essere quel fine conoscitore di B-movie che è Robert Rodriguez, cioè non va alla ricerca maniacale delle origini del cinema di puro intrattenimento, per sviscerarne minuziosamente i segreti e le manie, per poi cercare di riproporli attraverso una personale sensibilità. Il cineasta transalpino si ferma a “sangue e tette”, tutto qui. Il suo triste cinema dell’orrore non vuole essere epigono di Steven Spielberg (Lo squalo, 1975) o di Joe Dante, non c’è quella raffinatezza nel dosare, di fare poco per comunicare tanto. L’unica cosa veramente decente in questo titolo sono le numerose trovate granguignolesche in parte innovative. Per quanto concerne il 3D, pietà, non serve, basta con questa moda; si ottiene solo di tornare a casa con un po’ di mal di testa.
In definitiva, uno sciocco omaggio ad alcune celebri pellicole (sarebbe troppo lungo elencarle tutte) degli anni ’70 e ’80, che per inciso spaventavano molto di più. Piranha 3D non nasconde di essere un prodotto che intende cavalcare l’ormai inarrestabile deriva pornografica della società occidentale, poiché nel film non si fa neanche un minimo tentativo di distogliere l’attenzione dell’argomento erotico. Ragion per cui, tanto vale guardarsi direttamente un porno su Internet, non trovate? Si risparmiamo soldi, e alla fine si è più “soddisfatti” e con buona probabilità alcune attrici saranno pure le stesse.

Riccardo Rosati

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