(Re)Visioni Clandestine #15: Lo squalo

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Le prime fauci

The terrifying motion picture
from the terrifying No. 1 best seller
(Una delle tagline del film)

Il recente blockbuster The Meg di Jon Turteltaub, distribuito in Italia come Shark – Il primo squalo, ha fatto tornare inevitabilmente alla mente il cult Jaws (Lo squalo, 1975) di Steven Spielberg. Ambedue le pellicole hanno in comune il temibile soggetto centrale della vicenda, la derivazione da un romanzo di successo, l’aver conseguito rapidamente la conquista dei botteghini. Quello che cambia, però, è la qualità delle due pellicole: puro opulento prodotto commerciale The Meg, opera piena di raffinatezze registiche – e a tratti narrative – Jaws, seppure realizzata anch’essa per ottenere un facile sfruttamento. A distanza di molti anni Lo squalo di Spielberg riesce ancora a essere intrigante, proprio perché il giovane regista, che aveva a disposizione un normalissimo budget, riuscì a elevare una pellicola altrimenti di puro intrattenimento pauroso, agevolmente incasellabile nel genere dell’exploitation (come dimostreranno i seguiti e i tentativi d’imitazione), in un’opera ottimamente costruita nella messa in scena, centellinando le apparizioni del pericolosissimo squalo, e cesellando dei personaggi convincenti e realistici.

Tra la molta aneddotica intorno alla pellicola, c’è uno stravagante scatto fotografico in bianco e nero che immortala il serioso e introspettivo regista Ingmar Bergman intento a studiare, con piacere infantile, le fauci dell’immenso squalo meccanico utilizzato nel film. Una singolare immagine perché, seppure non certifichi che il regista svedese abbia effettivamente visto il film, conferma come l’enorme creatura assassina sia entrata nell’immaginario collettivo dei mostri cinematografici, come ad esempio King Kong o Godzilla. Quello che cambia, però, è che l’orribile creatura non è un’invenzione, ma esiste nella realtà quotidiana, e la sua improvvisa presenza genera profonda paura nelle persone. Tratto dal best-seller “Jaws” di Peter Benchley, e sceneggiato dallo stesso scrittore con Carl Gottlieb, che nella pellicola ricopre il ruolo di Meadows, Jaws si trasforma rapidamente in autentica opera cinematografica attraverso la messa in scena e il sonoro. La pellicola inizia, su schermo nero, con l’angosciante leitmotiv firmato da John Williams, e la prima immagine che appare è la soggettiva dello squalo che si aggira sul fondo marino. In sostanza, senza mostrarci nulla di concreto, Spielberg ha già creato la tensione e il terrore per mezzo del sonoro e del visivo. Se il motivo conduttore è uno dei più noti della storia del cinema, l’impatto visivo, non solamente rivolto alla creatura, è ugualmente prezioso e curato, come dimostrano gli altri tagli d’inquadrature che compongono la pellicola, come ad esempio le geometriche carrellate iniziali sui due giovani o lo zoom/carrellata sul volto di Brody mentre lo squalo attacca il bambino. Oppure, il freddo zoom dentro le mascelle trofeo nella casa di Quint, e sul cui sfondo si vede passare l’imbarcazione del trio, che si palesa come inquietante preludio di quello che accadrà. Pellicola hitchcockiana non solo nell’essere capace di dosare la suspense come faceva il maestro del thriller, ma anche nel saper modellare l’aspetto visuale, che si connette perfettamente al turbamento della trama. Dietro questa spessa patina di thriller/horror, però, Lo squalo diviene anche un altro tassello spielberghiano sulla descrizione della società americana. Se lo sceriffo Martin Brody (Roy Scheider) è l’uomo comune che si ritrova suo malgrado in un duel(lo), al suo lato c’è un riuscito spaccato dell’America, su cui primeggia l’idiozia dei politici, rappresentata in questo caso dal sindaco Larry Vaughn, che veste persino abiti appariscenti e ridicoli. Mentre Quint, interpretato da Robert Shaw che da questo ruolo rimarrà schiacciato (in The Deep di Peter Yates, sempre tratto da un romanzo di Benchley, interpreterà un ruolo praticamente uguale), ha delle ascendenze mitiche, e ricorda il letterario Capitano Achab ossessionato da Moby Dick.

Jaws è stato anche accolto come fondamentale pellicola spartiacque nell’industria cinematografica, segnando l’inizio del vero blockbuster estivo, che sbanca i botteghini e genera anche un fruttuoso merchandising. Il suo stratosferico successo, superato a stretto giro da Star Wars di George Lucas, ha generato rapidamente un franchise con tre sequel di mediocre fattura e differenti imitazioni, soprattutto di produzione italiana. Il cacciatore di squali (1979) e L’ultimo squalo (1981) di Enzo G. Castellari avevano persino ottenuto un ottimo successo sul suolo americano, mentre Tentacoli (1977) di Ovidio G. Assonitis era una variante con piovra dell’originale. A lato di questi tentativi nostrani ci fu anche il B-movie cormaniano Piranha (1978) di Joe Dante, che come con lo squalo basava il terrore su altri pesci pericolosissimi; oppure Orca (L’orca assassina, 1977) diretto Michael Anderson e prodotto da Dino De Laurentiis, smaccata copia del film di Spielberg. In quest’ambito si potrebbero anche inserire il già citato Abissi (1977) di Peter Yates, che seppure non avesse al centro della vicenda una temibile creatura marina giocava sulla tensione del fondo marino (è presente comunque una feroce murena). La figura dello squalo, però, negli anni è sempre riaffiorata sugli schermi, basti pensare al blockbuster Deep Blue Sea (Blu profondo, 1999) di Renny Harlin, o la miriade di pellicole prodotte in questi ultimi anni. Se The Meg ne è l’esempio costoso, differenti produzioni di bassa lega hanno ripreso il pesce assassino declinandolo in varie situazioni, come lo (s)cult Sharknado (idem, 2013) di Anthony Ferrante, che ha dato origine, fino ad ora, a ben cinque seguiti.

Roberto Baldassarre

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