Chiamami quando li hai uccisi tutti
La storia del cinema è ricca di espedienti narrativi sempreverdi, che non passano mai di moda nonostante vengano riproposti al pubblico negli stessi termini. Forse è proprio per questo che Ricchi… da morire – Delitti in famiglia (How To Make A Killing) — inscenato attorno a una serie di omicidi orchestrati a sangue freddo — risulta essere un’esperienza cinematografica appetibile a fronte delle evidenti carenze di originalità e spessore. Dopotutto, viviamo in un mondo dove i gialli e i murder mystery rappresentano i generi designati per godersi una deliziosa serata sotto le coperte mentre fuori piove, proteggendo gli spettatori dallo sconforto che atmosfere simili genererebbero in loro se veicolati da prodotti diversi.
Ispirato a Sangue blu, film inglese del 1949 diretto da Robert Hamer — a sua volta lontano dall’aver configurato la formula originale — questa storia con protagonisti Glen Powell e Margaret Qualley è tanto un’operazione di intrattenimento spicciolo parzialmente riuscita, quanto un esercizio nel consolidare la propria aura da stelle del cinema per i loro interpreti, in grado di risultare più memorabili degli avvenimenti stessi del film. Becket (Glen Powell) è in attesa di ereditare i 28 miliardi di dollari che gli spettano di diritto. Il problema? Il tasso di mortalità dei Redfellow, la ricca famiglia che ha disconosciuto sua madre e che si è sempre rifiutata di aiutarlo, è troppo basso perché questo accada in tempi anche solo remotamente accettabili. Eppure Becket è un uomo per bene, cresciuto a furia di sani valori da una donna prematuramente scomparsa che ha deciso di fuggire dalla corruzione morale dell’alta società, e se non fosse per il prologo in prigione — si, Becket ci narra la sua storia da dietro le sbarre— faremmo fatica a immaginare che di lì a poco inizierà ad uccidere i suoi parenti uno dopo l’altro. La svolta arriva grazie a uno degli unici guizzi di genialità della sceneggiatura, che organizza un incontro fortuito per riportare nella vita di Becket la temibile Julia Steinway (Margaret Qualley), di cui si era invaghito già da bambino a una festa di compleanno. Sfacciatamente consapevole dell’influenza che il suo fascino esercita su di lui, Julia gioca con i sentimenti di Becket, per poi rifiutare il suo invito a uscire con la scusa che è sposata, ma ricordandosi dell’eredità, sulla soglia della porta non manca di aggiungere ammiccante: “Chiamami quando li hai uccisi tutti”.
Con l’uscita recente di No Other Choice, altro titolo dove il protagonista si ritroverà incentivato dalle circostanze a “fare fuori la concorrenza”, non c’è tregua per il regista John Patton Ford, che non arricchirà di certo la sua teca dei trofei con un altro premio alla miglior sceneggiatura originale dopo quello vinto agli Indie Spirit Awards per I crimini di Emily. Eppure sarebbe bastato non immaginare in partenza Ricchi… da morire – Delitti in famiglia come un progetto destinato a puntare in basso, impedendo a Glen Powell — che in qualità di produttore esecutivo condivide parte delle colpe — di recitare in autopilota per la sola virtù del suo carisma, per svoltare il risultato. Inevitabile tracciare il paragone con (il più riuscito) Hit Man di Richard Linklater, altra commedia che abita una zona morale grigia e che al contempo ci ha regalato il personaggio ad oggi più memorabile di Powell. Dove John Patton Ford sembra attingere da Linklater è invece nel finale, rigettando la necessità di prevedere fisiologici rimorsi di coscienza per il suo protagonista, ma senza la lucidità necessaria a costruire un ragionamento compiuto sulle implicazioni morali delle sue azioni. La totalità del terzo atto si srotola rapidamente davanti ai nostri occhi in un tripudio di avvenimenti sorprendentemente poco taglienti e raffazzonati, specialmente considerando che vengono messi in moto dopo una serie di spassosi omicidi, liberi dal peso di eccessive macchinazioni narrative, ma comunque subordinati a un ritmo paziente. Se questo doveva per forza essere il punto di arrivo, è perlomeno apprezzabile che la durata si fermi a un’ora e cinquanta, scongiurando che ai danni rischi di subentrare la noia.
Il grande problema di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia non è il fatto che Becket sia una pedina cinematografica stereotipata, incapace di comunicare la sua lotta interiore tra il desiderio di riscattare ciò che gli spetta e quello di condurre una vita tranquilla, ma che la sceneggiatura suggerisca delle implicazioni per cui non si preoccupa di creare dei presupposti. A questo proposito, era imperativo approfondire il personaggio di Ruth, fidanzata di Becket, le cui speranze riposte nel futuro sono minacciate a sua insaputa dalle macchinazioni del compagno. Crolla di conseguenza la solidità dell’aspetto romantico del film, superfluo ma necessario a rendere Julia l’antagonista della storia, e crolla anche la fragile struttura di un finale che vede Ruth coinvolta in prima persona negli avvenimenti.
Tutto sommato, non ce la sentiamo di sconsigliare Ricchi… da morire – Delitti in famiglia — in uscita nelle sale italiane il 17 giugno 2026 grazie a Lucky Red — consapevoli che talvolta è piacevole recarsi in sala anche solo per imbarcarsi in un viaggio che non promette nulla di più che semplice intrattenimento. Per non restare delusi, basterà sapere in anticipo che nessun cambio di rotta improvviso movimenterà la traversata: la pellicola resta fedele al suo itinerario, ed è così che, dopo un’ora e mezza abbondante di moderato coinvolgimento, inizia a consolidarsi la certezza che usciremo dalla sala senza nulla di memorabile da raccontare, ma nemmeno con qualcosa da rimproverare realmente al film.
Alessio Vinciguerra









