Sotto il vulcano scorre la verità
Dopo Alba e La Piel Pulpo, Ana Cristina Barragán con Hiedra (The Ivy) ha segnato segna un nuovo capitolo nel suo percorso autoriale, confermandola come una delle voci più personali e riconoscibili del cinema contemporaneo latinoamericano. Non siamo solo noi a dirlo, ma tutta la nutrita schiera di addetti ai lavori e di spettatori che hanno apprezzato le qualità della pellicola, il lavoro dietro la macchina da presa e di scrittura della regista ecuadoregna e con esso quello dei suoi efficaci interpreti, in occasione dell’anteprima mondiale all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, dove tra l’altro l’opera è stata insignita del premio per la migliore sceneggiatura della sezione Orizzonti. Le stesse qualità che a partire dal 27 maggio 2026 il pubblico italiano potrà constatare e certificare grazie alla MFF – Michael Fantauzzi Film, che ha deciso di distribuirlo nelle sale nostrane.
Il nuovo film scritto e diretto dalla Barragán mette al centro della storia Azucena, una donna di trent’anni ex campionessa nazionale di ginnastica artistica che passa il tempo aiutando gli anziani, guardando vecchie videocassette delle sue gare e assistendo da lontano ai giochi dei ragazzi in una piccola casa-famiglia. Il suo interesse si concentra in particolare su Julio, un ragazzo di diciassette anni con cui nasce un legame ambiguo e istintivo. Azucena porta con sé la ferita brutale dell’abuso. È una creatura senza territorio, una ragazza congelata nel tempo che agisce da un punto di vista istintivo ed egoistico. Julio appartiene a un branco sopravvissuto all’abbandono. L’assenza del materno è presente nella sua rabbia, nel suo ruolo paterno con gli altri bambini. I loro mondi sociali sono distanti ma le ferite, le risate e la scoperta reciproca li guidano in un percorso edipico che li conduce fino alle rocce di un vulcano. Lì, lontani da tutto, questi due personaggi, segnati dall’assenza, si trasformano in qualcos’altro.
In Hiedra, muovendosi abilmente sul sottile e invisibile filo dell’ambiguità, la cineasta di Quito porta sul grande schermo un’esplorazione intima della maternità negata, dell’identità ferita e del bisogno viscerale di connessione. Lo fa lavorando efficacemente in sottrazione e su una tensione latente, seguendo un lento disgelamento di una verità sepolta e di emozioni cristallizzate. Tutto parte ovviamente dalla scrittura, attenta e chirurgica nel seguire minuziosamente tale processo attraverso il graduale percorso di avvicinamento di due esistenze segnate e legate indissolubilmente da un terribile trauma del passato. La potenza della scrittura, della quale beneficiano sia la messa in quadro che le performance attoriali di Simone Bucio e Francis Eddú Llumiquinga (al suo esordio cinematografico), risiede proprio nella capacità di fare emergere il non detto mediante i corpi, i gesti e i silenzi. E in questo è stata abilissima e straordinariamente performante la coppia protagonista che, sapientemente guidata dalla regista e assecondata dall’occhio indiscreto della cinepresa (documentaristico verrebbe da dire), ha con il non detto restituito al fruitore tutto il magma incandescente di emozioni cangianti che scorreva nelle viscere fino alla fortissima scossa tellurica che sconvolge l’epilogo.
Francesco Del Grosso









