Sulle tracce di Marie-Louise Chapelle
Il nome di Marie-Louise Chapelle non lo si trova facilmente nelle pagine dei libri di storia dell’alpinismo, quelle che narrano delle straordinarie imprese compiute ad alta quota da più o meno celebri esponenti. Il fatto che sia sconosciuto ai molti, colpevolmente omesso e ingiustamente rimosso, è legato al suo essere stata donna in un mondo, quello dell’esplorazione e della scalata, che negli anni delle sue gesta vedevano il cosiddetto “sesso debole” mal digerito e vittime di pregiudizio da parte dei colleghi maschi e degli addetti ai lavori. Eppure la Chapelle avrebbe tutto il diritto di essere annoverata tra i grandi nomi del passato per quanto realizzato in vita nel campo dell’arrampicata. Correva infatti il 1952 quando da prima donna francese raggiunse una vetta inviolata dell’Himalaya, quella del Chaukhamba, conquistandosi meritatamente un posto nella storia dell’alpinismo e non solo. Ed è per questo che il documentario che Ellen Vermeulen dal titolo Une femme qui part, presentato nella sezione Alp&Ism della 74esima edizione del Trento Film Festival, acquista un valore ancora maggiore. Quello firmato dalla regista belga lo iscrive, portandone sullo schermo l’esistenza e rievocando gli eventi che resero possibile quell’incredibile scalata.
Con Une femme qui part, l’autrice confeziona un biopic partendo proprio da quell’impresa. Lo fa a settant’anni circa di distanza tornando sulle tracce della protagonista compiendo il medesimo viaggio alla volta del Chaukhamba. Un viaggio fisico e al contempo interiore che permette all’opera di fare emergere tanto la sfera pubblica che quella privata come nel Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin di Werner Herzog. La Chapelle infatti conduceva una doppia vita: per sei mesi all’anno era una madre, negli altri sei sfidava le montagne. La regista belga, la cui produzione audiovisiva è sempre stata caratterizza da uno sguardo critico e da un’approfondita esplorazione delle strutture sociali (vedi 9999, girato nella prigione di Merksplas, e CATCH-19TO25, filmato al centro per rifugiati di Reno), racconta con estrema delicatezza le vicende di una donna splittata in due tra la famiglia e la sua grande passione. Da questa scissione che ne ha segnato un’esistenza che la vedrà morire anziana dopo sei mesi trascorsi in una casa di riposo, prende forma e sostanza il racconto di un documentario che a sua volta si divide tra memoria, diario di viaggio e il tema della parità di genere, mescolando il tutto in un’opera che parla di femminilità e complessità dell’essere donna nel mondo dell’arrampicata, ma anche di limiti imposti dalla società e dalla natura.
Trasmettendo la durezza della spedizione, la Vermeulen crea un dialogo spazio-temporale tra esperienze vissute attraverso una lente onirica e ammaliante. Due donne di lingue ed epoche diverse si incontrano, unite dallo stesso viaggio e dai vincoli della femminilità. Il risultato, più che un semplice atto di commemorazione, esplora le tracce di una sorellanza intergenerazionale e incoraggia gli spettatori a trascendere i limiti imposti dal sistema. Il tutto nasce dall’immaginare la donna dietro le memorie conservate, quelle che la Chapelle ha a suo tempo impresso e voluto trasmettere ai posteri come foto, diari e registrazioni. Il pre-esistente della protagonista si va a fondere per poi diventare un tutt’uno con il corrispettivo della regista. Dall’incontro tra quel prezioso materiale di repertorio e il girato della registasi è forgiato un film personale, tecnicamente maturo e stratificato, in cui i piani temporali e le narrazioni si alimentano a vicenda per dare vita a un duplice ritratto nel quali voci, silenzi ed immagini si mescolano senza soluzione di continuità in un magma di emozioni cangianti.
Francesco Del Grosso









