La fine del viaggio
Sembrava tutto quasi già un ricordo, adesso però,
colpito a morte, so che quel porto non lo vedrò
e su quest’isola tra mille fitte come stelle,
dove non c’è niente di me non so convincermi che
l’aria, il giorno, questo viaggio, tutto finisca qua,
con questo brivido di panico in faccia e sangue nella bocca,
quello che ho, quello che che ho visto e che non vedrò più.
È buffo solo fama e oro mi hanno spinto quaggiù
eppure adesso mentre i miei occhi si spengono
di questa vita voglio ricordare il tuono, il mare,
la vela che sopra di me trema e si gonfia mentre la mia nave
vola come il vento sopra l’onda che scalcia
e sento dentro insieme un secolo di calma e l’attimo che scoppia
forse non ho che un solo rimorso, cosa resta di me?
Airesis, “Ferdinando Magellano”
Proemio
Intercettato fuori concorso durante il 23° Asian Film Festival, ma già transitato attraverso vetrine prestigiose come Cannes 2025, Magellan (Magalhães) di Lav Diaz è un titolo decisamente importante, al pari del suo autore. Questo però ci indirizza verso molteplici considerazioni. E alcune di queste avranno inevitabilmente un retrogusto bizzarro, “situazionista”, ai confini dell’autoreferenzialità.
Quantunque il filippino Lav Diaz venga considerato uno dei massimi autori contemporanei e abbia ottenuto riconoscimenti prestigiosi come il Leone d’Oro a Venezia 2016 con The Woman Who Left – La donna che se ne è andata (Ang Babaeng Humayo), chi vi scrive si era finora tenuto prudentemente a distanza dai suoi precedenti capolavori “ufficialmente” per la durata “monstre” di molte sue opere, ma più che altro per portare avanti una sorta di personale sfida intellettuale al radicalismo nazi-snob di una parte della critica nostrana, la più insopportabile, che ne riteneva imprescindibile la visione. Più in particolare, al sottoscritto era rimasta impressa la tonitruante dichiarazione di un giornalista cinematografico di Roma tanto bruttarello e astioso quanto pieno di sé, affiliato naturalmente al poco attraente, asfittico SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani), il quale in un assai infantile sfogo sui social se ne era uscito dicendo che per lui qualsiasi collega non avesse ancora visto un solo film di Lav Diaz si sarebbe dovuto astenere, presumibilmente cospargendosi il capo di cenere, dallo scrivere di cinema. Ne abbiamo poi perse le tracce, di quel critico ovviamente e pomposamente “di sinistra”, ma ci piace immaginarcelo negli anni 2020/2021 strenuo difensore dei vari “lockdown” e “green pass”, col poster di Conte, Draghi o ancor peggio Roberto Speranza in cameretta… o almeno è questa “l’affinità elettiva” che troviamo appropriato, giusto e divertente attribuirgli, in questa sede, proponendo in risposta a cotanta sicumera il proverbiale, sfrontato “sorriso di Franti”.
Ecco, tornando seri, siamo convinti che certi atteggiamenti arroganti e snobisti possano allontanare persino il pubblico più colto, aperto, da certo cinema d’autore. E per una sorta di vezzo aristocratico abbiamo rimandato a lungo il nostro “battesimo del fuoco”, riguardo al cineasta filippino. Ciò non toglie che, “depurata” la mente dalle infiltrazioni riconducibili a quei sermoneggianti, molesti individui, si sia scelto un buon momento per “rompere il ghiaccio”. E così il primo approccio alla poetica di Lav Diaz ha coinciso proprio con la visione di Magellan, producendo in noialtri conseguenze notevoli, sfaccettate, profonde. Intendiamo perciò condensare questo nostro sguardo ancora “vergine” sull’autore in alcune osservazioni magari rapsodiche, si spera non del tutto irrilevanti, sulla sua opera.
In navigazione
Non ho mai temuto di incontrare prima o poi la morte
ma adesso è davanti a me
a rivelarmi quanto tutto in fondo sia così semplice:
si nasce, si vive, si muore e di noi non resta più niente
Airesis, “Ferdinando Magellano”
Per puntellare il nostro discorso su un così anomalo, spiazzante, problematico “biopic d’autore”, abbiamo scelto tipo stella polare i versi di “Ferdinando Magellano”, canzone di una misconosciuta band capitolina, gli Airesis, che aveva provato a lanciarsi oltre 10 anni fa nel panorama indie con un concept album dedicato ad alcune figure controcorrente della Storia, prese da diverse epoche e da differenti ambiti: l’anarchico Giovanni Passannante, il poeta Vladimir Majakovskij, il partigiano Dante Di Nanni, l’atleta Tommie Smith e per l’appunto Magellano. Non a caso era “Traccia una rotta” il titolo dell’album, come a ribadire la centralità del brano musicale dedicato al celebre navigatore. E sebbene quel ritratto impressionistico e allucinato in punto di morte che ne fanno gli Airesis diverga a tratti da quello che ne fa Lav Diaz, sia versi come “È buffo solo fama e oro mi hanno spinto quaggiù” che il fosco orizzonte degli eventi rappresentato dalla sconfitta nelle Filippine e dalla sua uccisione da parte dei nativi, sulla spiaggia di Mactan, possono aiutarci a “circumnavigare” il senso dell’opera cinematografica.
Innanzitutto Lav Diaz, tornato al colore dopo diversi film in bianco e nero, sembra prediligere ancora una volta tonalità smorte, sbiadite, come a sottrarre epicità alle imprese nel navigatore e condottiero portoghese, postosi al servizio della Corona di Spagna, riportate qui alla loro natura predatoria e ad esiti mortiferi molto più che al gusto dell’avventura, dell’ignoto, dell’esplorazione di nuove terre. In sintonia con un pensiero antimperialista – suo e di molti altri contemporanei – gli interessa insomma quel “lato oscuro”, ampiamente riscontrabile nell’era delle grandi scoperte geografiche e delle prime colonizzazioni europee.
Sin dai crudi combattimenti nel sud-est asiatico (durante i quali assistiamo a come Magellano entri in possesso dello schiavo malese che avrà accanto fino alla fine, ribattezzato dalle cronache dell’epoca Enrique di Malacca) e dal temporaneo ritorno in Europa, col ben triste momento dell’annuncio dei caduti della precedente spedizione alle loro mogli, il protagonista ci viene presentato come uomo apparentemente sicuro di sé ma in costante affanno, disponibile a qualsiasi laida trattativa pur di farsi finanziare nuove traversate oceaniche, all’occorrenza dispotico coi suoi uomini. E quest’ultimo aspetto è destinato a emergere prepotentemente dopo l’ultima partenza dal porto di Siviglia in Spagna, durante la lunga permanenza in mare che avrebbe portato l’equipaggio di una sola delle navi coinvolte nell’impresa, la Victoria, a circumnavigare il globo. Lav Diaz riprende qui rapsodicamente alcuni degli episodi storicamente documentati dal vicentino Antonio Pigafetta, compreso quell’ammutinamento la cui brutale repressione (con due dei cospiratori, Juan de Cartagena e il sacerdote Pedro Sánchez de la Reina interpretato qui da un intenso Brontis Jodorowsky, abbandonati sulle coste della Patagonia con possibilità di sopravvivenza praticamente nulle) può suscitare qualche epidermico accostamento con Gli ammutinati del Bounty, arcinota pellicola diretta nel 1962 da Lewis Milestone con Marlon Brando, Trevor Howard e Richard Harris tra i protagonisti.
Non si era ancora avuta l’occasione di focalizzare l’attenzione su di lui, ad ogni modo nel lungometraggio di Lav Diaz è il messicano Gael García Bernal a impersonare Magellano, scelta per certi versi spiazzante ma che a lungo andare dà i suoi frutti: manca forse la musicalità dell’accento lusitano, nei dialoghi coi compagni di viaggio e coi nativi, ma sia dal punto di vista verbale che della postura, spesso stanca, nervosa, l’adesione psico-fisica dell’attore al personaggio e – più che altro – alla rivisitazione critica della sua aura leggendaria è impressionante.
Del resto Magellan non è un ordinario “film in costume”, bensì un affresco meta-storico che pur avendo una forte impronta materica e pur alludendo a tanti episodi concreti tende a trascenderli, offrendo un suo punto di vista deciso e mai accondiscendente sullo Zeitgeist o “spirito del tempo”.
L’approdo
No, non è questo che penso, se ancora un pensiero è rimasto.
Non è questo che ho visto nel cielo quel giorno che sono partito
e che ho visto di nuovo in ogni metro strappato al mare
lungo questo viaggio infinito.
Non tornerò più, però fino a qui ci sono arrivato
e voltandomi indietro so ancora vederlo che non tutto muore,
che qualcosa resta: una storia, una spinta a partire,
una rotta come una strada sul mare
Airesis, “Ferdinando Magellano”
Snodo a dir poco fondamentale dell’intera narrazione, l’approdo della nave nelle Filippine e il conseguente intrecciarsi di rapporti coi locali costituisce anche l’approdo tematico del corposo lungometraggio. E qui non c’è spazio nemmeno per quelle digressioni “romantiche”, visionariamente attribuite al navigatore morente nelle ultime strofe della canzone degli Airesis (...e voltandomi indietro so ancora vederlo che non tutto muore, che qualcosa resta: una storia, una spinta a partire, una rotta come una strada sul mare), poiché lo sguardo di Lav Diaz si fa ancora più caustico, mettendo in scena seppur in modo scarno – ma nella maniera più disturbante possibile – l’evangelizzazione forzata dei nativi, il processo di espropriazione culturale così ben rappresentato dalla distruzione sistematica dei loro idoli e dalle ripetute violenze sulle donne, la conseguente ribellione armata che porterà infine alla morte in battaglia di Magellano e di molti suoi uomini. Certo, in un’epoca di “cancel culture” che vede gli strati più ideologicizzati della società contemporanea accanirsi con una foga esagerata, sospetta e parossistica contro le pressoché inevitabili “zone d’ombra” di personaggi come Cristoforo Colombo o Caio Giulio Cesare, arrivando addirittura e con spirito decisamente infantile a deturparne i monumenti, qualche eccesso di manicheismo può essere riscontrato anche nel lavoro di Lav Diaz. Assieme a sporadiche schematizzazioni e semplificazioni. Eppure l’integrità estetica e morale dell’opera sopravvive anche a elementi tanto ruvidi, soprattutto per quanto concerne quei tentativi di cristianizzazione forzata e di prevaricazione culturale nei confronti dell’elemento indigeno, che nella loro problematicità ci hanno fatto pensare un po’ a Martin Scorsese, quello di Silence (2016) e Killers of the Flower Moon (2023) per intenderci.
Stefano Coccia









