La Sindrome di Tourette fuori da qualsiasi stereotipo
Al cinema Adriano, che non di rado ospita appuntamenti importanti col cinema indipendente italiano e con tematiche spigolose (vedi la breve retrospettiva dedicata circa un anno fa ai lavori realizzati da Dario D’Ambrosi nell’ambito del Teatro Patologico, tra cui il lodevolissimo Io sono un po’ matto… e tu?), si è svolta lunedì 13 aprile la premiere del nuovo film di Emiliano Ferrera, Il cacciatore di mosche. Vi era già in partenza molta curiosità, da parte nostra. Anche perché il nome di Emiliano Ferrera nella nostra memoria cinefila si associa con naturalezza, assieme a quelli di Stefano Jacurti, Giovanni Bufalini e pochi altri ancora, alla recente rinascita nel panorama indie nostrano di un coraggioso, apprezzabilissimo filone western. Fanno fede qui titoli come Oro e Piombo e Oltre il Confine. Tale cinema in un’epoca come quella odierna, nella quale l’epopea dello spaghetti western pareva tramontata da un pezzo, corrisponde e precise scelte di vita. E ha quindi un timbro assai personale. Ma ancora più personale è un’opera cinematografica come Il cacciatore di mosche, dove Ferrera col pieno sostegno di Gulia Morgani (co-protagonista e co-autrice del film) ha voluto portare sullo schermo, fuori da ogni stereotipo, quella Sindrome di Tourette da cui è affetto lui stesso. Sin da bambino, tant’è che lo stesso titolo, Il cacciatore di mosche, riflette il soprannome ricevuto a scuola per uno di quei tic che possono caratterizzare una simile condizione.
Il risultato è un film potente sotto il profilo del linguaggio cinematografico, toccante senza alcuna ruffianeria, onesto e schietto nel portare sullo schermo siffatto disturbo neuropsichiatrico, ben adagiato su una colonna sonora di sicura presa emotiva, incline trasversalmente a offrire di Roma e di certi suoi quartieri un’immagine insolita, veritiera, sanguigna. Ecco, in virtù di questo suo “flirtare” con diversi generi ma restare profondamente ancorato all’anima dei protagonisti, alle loro interazioni con un ambiente difficile, ai loro stessi volti spesso ripresi tramite primi piani fortemente evocativi, ci verrebbe spontaneo accostare Il cacciatore di mosche agli esiti migliori delle filmografie di un Nico D’Alessandria o di un Claudio Caligari. Anche per la perfetta simbiosi con il territorio, esplorato da personaggi sempre genuini e credibili.
In questo film da lui fortemente voluto Emiliano Ferrera è un uomo ancora giovane con la Sindrome di Tourette, Giovanni, che nel provare a staccarsi dal proprio nucleo famigliare, forse troppo apprensivo, ha intrapreso una vita randagia, ai margini della metropoli capitolina, che lo sta pian piano minando anche nel fisico. Lo vediamo alle prese con incomprensioni ed episodi di bullismo, a causa dei suoi appariscenti tic e della coprolalia, emissione involontaria di frasi oscene o volgari, che è comune in realtà solo a una parte di coloro che hanno la Tourette. Fondamentale sarà l’incontro con Alice a.k.a. Gulia Morgani, bella donna dai trascorsi tormentati e attrice portata, in un momento di stanca della propria carriera, ad accettare ruoli non sempre di grande spessore. Inizialmente lei si mostrerà altezzosa, sprezzante, condizionata in questo anche dai pregiudizi di chi le sta intorno. Ma come in un melò d’altri tempi il carattere generoso e gli slanci romantici di Giovanni riusciranno a fare breccia nell’animo indurito della donna. Per quanto il dramma sia sempre dietro l’angolo…
Lo straordinario carisma dei due protagonisti, le interessanti figure di contorno e una capacità di ritrarre ogni ambiente dotandolo di un notevole appeal cinematografico, tra verismo di fondo e qualche riuscito detour (compresi quelli a carattere metacinematografico), rendono Il cacciatore di mosche un viaggio appassionante nell’animo umano. Volto alla Clint Eastwood, ma impatto sulla narrazione degno con le debite proporzioni del De Niro di Taxi Driver, specie nella primissima parte, il personaggio di Emiliano Ferrera cresce man mano che si sviluppa il racconto, spogliando la Sindrome di Tourette di qualsiasi luogo comune e restituendo tutta la sfaccettata umanità del personaggio. Con lui si evolve nella corretta misura e matura anche il personaggio di Alice, spigoloso ma con un’interiorità tutta da scoprire. E nota di merito, lasciatecelo dire, per un finale dall’esito notevolissimo sul piano visivo e simbolico, ma che ha l’umiltà di far seguire a immagini così ricche di pathos una serie di didascalie sulla Sindrome di Tourette, che riportano infine – senza vezzi autoriali di troppo – tale operazione cinematografica a un lodevole scopo sociale.
Stefano Coccia









