Il peso dell’attesa
Dopo un lungo e fortunato pellegrinaggio nel circuito festivaliero internazionale iniziato alla Semaine de la Critique di Cannes 2025 e proseguito in importanti kermesse come Toronto, Varsavia e Roma, per Nino, opera prima di Pauline Loquès, vincitrice di due Premi César tra cui quello come miglior esordio, è giunto il momento di affacciarsi anche nelle sale nostrane a partire dal 30 aprile 2026, dove oltre al festival capitolino aveva già fatto un’altra breve apparizione nel concorso del 18° Piccolo Grande Cinema di Milano.
A differenza di quello felice compiuto dalla pellicola in giro per mondo, dove ha raccolto una serie di prestigiosi riconoscimenti, non si può dire che il vagare in quel di Parigi del suo protagonista lo sia altrettanto. La storia narrata dalla regista francese nasce da un lutto che qualche anno fa le aveva fatto perdere una persona cara, un giovane strappato dal cancro. Ed è da quell’esperienza che ha preso forma e sostanza la vicenda di un film battezzato con il nome del suo protagonista, a sottolineare proprio la centralità e il peso del personaggio in questione, il Nino del titolo, che alla vigilia del ventinovesimo compleanno scopre di avere un tumore aggressivo e si trova a dover iniziare, in pochi giorni, una terapia invasiva che cambierà la sua vita. Senza le chiavi di casa, si avventura per le strade parigine in un susseguirsi di incontri casuali e riflessioni silenziose. In questo breve arco di tempo, Nino cerca di comprendere cosa significhi davvero condividere sé stessi e vivere appieno i legami con chi lo circonda, mentre la città, viva e indifferente, fa da specchio alla sua fragilità e ai pensieri inespressi.
La Loquès firma un affresco delicato e profondamente umano di un giovane che si confronta con la propria mortalità con sorprendente lucidità e resilienza. L’autrice, con e attraverso quello che può essere considerato il capitolo breve di un romanzo di formazione, ne approfitta per dipingere un ritratto di una generazione sofferente, disorientata, diffidente nei confronti della vita lavorativa e in cerca di stimoli. Ben altra cosa e spessore rispetto a quello disegnato con incertezze e inconsistenza da Giovanni Tortorici nel suo Diciannove. Dunque Nino non è un film solo sulla malattia, ma un film che parla anche di malattia, dipingendo al contempo un racconto luminoso e delicato che ha la grandissima capacità e sensibilità di muoversi come un funambolo sulla sottile corda sospesa tra il peso del passato e la possibilità di un nuovo inizio, tra la vita e la morte. Lo fa con la ricerca del giusto equilibrio tra un soggetto drammatico inevitabilmente toccante e una combinazione armoniosa di leggerezza, tenerezza e umorismo che strappa sorrisi. Ed è in questo perfetto equilibrio tra tonalità opposte che si mescolano senza soluzione di continuità, approcciandosi agli stati d’animo e ai contenuti con pudore e rispetto, che va ricercato il punto di forza dell’opera.
Ne emerge una toccante riflessione su ciò che condividiamo e su ciò che custodiamo in silenzio quando il tempo sembra improvvisamente restringersi. Il tempo è, insieme a una Parigi palpitante percorsa in lungo e in largo da Nino che non è sfondo né cartolina, quella dei quartieri più popolari del nord-est per intenderci, l’altro protagonista della storia. La struttura del film si concentra in un fine settimana che scivola via tra lentezza e accelerazioni nell’arco di tre giorni che paiono interminabili. Durante questo tempo di attesa, l’autrice mostra come la banalità e l’ordinario del quotidiano prosegua anche in un momento eccezionale di una vita, con quest’ultima che insiste anche quando tutto sembra fermarsi, inesorabile, indifferente e incurante dell’insorgere di un problema o di un evento traumatico e tragico come quello capitato al personaggio di turno. Il ché si traduce narrativamente parlando nella scansione di un racconto on the road che pedina le peregrinazioni del protagonista intontito e incerto, che vaga per la città da una parte all’altra per compiere due fondamentali “missioni” assegnate dai suoi medici prima di affrontare la grande sfida che lo attende da lì a qualche ora. Un vagare che lo porterà a incontrare sua madre (Jeanne Balibar), il suo migliore amico (William Lebghil), una ex (Camille Rutherford), una vecchia conoscenza di scuola (Salomé Dewaels), dalla sala d’attesa dell’ospedale a una festa, passando di notte e di giorno per le affollate strade parigine. Il confronto cinematografico naturale è sicuramente con Clèo dalle 5 alle 7 di Agnès Varda, con il quale condivide assonanze dal punto di vista strutturale e drammaturgico, ma nel lavorare sul tempo reale la mente va di default alla celeberrima trilogia di Linklater o a Oslo, 31. august di Joachim Trier. Opere, queste, che direttamente o indirettamente hanno influenzato il modus operandi della Loquès tanto in fase di scrittura che di messa in quadro.
Tutto si snoda in una successione di micro-episodi che funzionano come i tasselli di un mosaico che a conti fatti restituiscono il senso e la misura del tutto. Tasselli narrativi che alimentati da e con diverse densità permettono alla temperatura emotiva di salire e scendere in maniera febbrile. Questo perché Nino è un’opera che vive e regala flussi di emozioni cangianti e su di essi fonda il proprio esistere audiovisivo sul grande schermo, facendo del corpo e della performance di un intenso Théodore Pellerin, dalla presenza forte e fragile allo stesso tempo, lo “strumento” potentissimo per veicolarli.
Francesco Del Grosso







