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Pauline Black: A 2Tone Story

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VOTO: 7

Alla ricerca della propria identità

Se alla 12esima edizione del Seeyousound a trionfare, tra i lungometraggi di finzione, è stato Mortician di Abdolreza Kahani, la giuria di LONG PLAY DOC – Concorso Documentari composta da Lisa Bosi, Edoardo Rossi e Paolo Maria Spina ha invece assegnato il premio Best Documentary – LP DOC (1000€ assegnati col supporto di BTM Banca Territori Del Monviso) a Pauline Black: A 2Tone Story di Jane Mingay. Con la seguente motivazione: “Il film ci ricollega all’epoca da cui originano una serie di problematiche sociali e politiche le cui conseguenze hanno raggiunto l’apice nella contemporaneità. A fine anni Settanta, l’inizio dello strapotere di un capitalismo finanziario sregolato e svincolato da controlli pubblici produce una reazione sia politica sia musicale, da cui trarre lezione e spunti di ispirazione ancora oggi. Il film conferma che la musica è anche veicolo di consapevolezza e di contenuti politici, capaci di comunicare attraverso emozione, coinvolgimento e senso di comunità tra generazioni e culture diverse”.

Pur attraversando cronologicamente diverse età della vita di Pauline Black, carismatica cantante – e per un certo periodo attiva anche come attrice – che oltre a essersi esibita come solista continua ancora oggi a portare alta la bandiera di una band di culto, The Selecter (tra i maggiori esponenti del movimento 2 Tone Ska britannico), l’epoca che fa un po’ da perno all’articolata narrazione è per l’appunto quella a cavallo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi del decennio successivo. Coordinate spazio-temporali e tematiche simili, volendo, a quelle di un piccolo gioiello della fiction cinematografica realizzata nel Regno Unito: This is England (2006) di Shane Meadows. E come in quel film a materializzarsi, attraverso i ricordi di Pauline Black, sono fantasmi politici di un certo rilievo come l’austerità thatcheriana, i licenziamenti in massa dei lavoratori con conseguenti scioperi e rivolte, l’emergere rabbioso del National Front, le tensioni razziali, gli skinheads, il reggae, il punk e gli altri fenomeni di tendenza (sia sociali che musicali) nei quali era portato a canalizzarsi il disagio giovanile.

A tratti un po’ ingessato nella forma, a nostro avviso, per il fin troppo schematico alternarsi di materiale d’archivio e interviste realizzate ai giorni nostri, Pauline Black: A 2Tone Story acquista spessore mano a mano che la protagonista consente allo spettatore di entrare, possibilmente in punta di piedi, nelle sue intricate, complesse e talora traumatiche problematiche esistenziali, riconducibili alla difficile crescita di una ragazzina di colore (adottata per giunta, non senza tracce di ipocrisia, da una famiglia dall’orientamento conservatore e bigotto) in un paesino dell’Essex assai diffidente verso stranieri e altre culture.
Molto ben tratteggiati, nel film di Jane Mingay, sono comunque sia l’arrembante ingresso di Pauline Black nella scena musicale dell’epoca che il complesso riappropriarsi della propria identità, da cui prende forma un finale davvero coinvolgente sul piano emotivo. E un buon contributo al quadro complessivo lo offrono anche alcune interviste, ci limitiamo qui a citare quelle effettuate dalla regista con Don Letts, Damon Albarn, Skin degli Skunk Anansie, Rhoda Dakar, Lynval Golding (The Specials), Mykaell Riley (Steel Pulse) e soprattutto Arthur ‘Gaps’ Hendrickson, frontman della band The Selecter che sarebbe da lì a poco venuto a mancare e al quale è idealmente dedicato il documentario.

Stefano Coccia

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