Sul confine tra la vita e la morte
Quello che ci apprestiamo ad analizzare e passare sotto la lente d’ingrandimento critica non è il celebre dipinto con acrilici e pastelli su tela del 1988 di Jean-Michel Basquiat, tantomeno il Tv movie fantascientifico della coppia formata da Don McDougall ed Alan J. Levi del 1976, bensì il Riding with Death (Lentävä kuolema) di Nina Forsman e Sakari Suuronen, presentato in anteprima internazionale nella sezione Visti da vicino della 44esima edizione del Bergamo Film Meeeting.
Il documentario è una radiografia cinematografica che rivela la ricca cultura dei sanatori per la tubercolosi, detta anche la “peste bianca”, in Finlandia tra gli anni Venti e Sessanta e mostra gli impatti emotivi dell’epidemia nel presente. Per i malati, la vita isolata significava una nuova e più intensa percezione dell’esistenza, poiché non si sapeva mai quanto si sarebbe vissuto. Per affrontare l’isolamento gli “ospiti” di queste strutture avevano un’intensa vita sociale: rappresentazioni teatrali, spiritismo, fanzine con umorismo macabro, giochi olimpici e club segreti per bere e fumare. Nascevano anche amori destinati a durare tutta la vita, così come amicizie, storie di sopravvivenza e relazioni vissute con leggerezza. Per molti pazienti, il sanatorio rappresentava la migliore comunità che avessero mai conosciuto, per altri, invece, era un luogo di sofferenza, morte e solitudine. La tubercolosi è sempre stata associata a una vergogna indicibile e, a volte, i pazienti stigmatizzati venivano lasciati soli. I suicidi infatti erano purtroppo frequenti. Riding with Death rivela le storie dimenticate della tubercolosi e offre l’opportunità di parlare di quelle esperienze rimaste in silenzio per oltre 50 anni.
Quello portato sullo schermo dal duo finlandese è un affascinante e interessante viaggio nel tempo e nello spazio al confine tra la vita e la morte che, visto oggi che ci siamo lasciati da poco alle spalle l’esperienza del Covid-19 ma non le sue ferite, acquista e si carica di un ulteriore significato. Lo spettatore di turno ha sicuramente più strumenti rispetto al passato per comprendere ed empatizzare maggiormente con quanto narrato e mostrato dagli autori. A questo si vanno ad aggiungere altre motivazioni molto forti dovute a un legame personale di Forsman e Suuronen con l’argomento in questione, che ha fatto in modo che l’approccio alla materia in oggetto non fosse solamente una ricostruzione oggettiva, storiografica e scientifica. Dietro il progetto ci sono ragioni più intime, poiché alcuni dei parenti dei registi hanno sofferto di tubercolosi (e del conseguente senso di vergogna) e si sono sottoposti all’intero ciclo di cure in sanatorio. Il ché ha reso l’opera ancora più preziosa, significativa ed emotivamente partecipata. Tutto ciò traspare sia nell’approccio onesto al tema che nel rispetto con il quale è stato trattato. Il pericolo di una spettacolarizzazione del dolore e di una fredda cronaca erano dietro l’angolo, ma gli autori hanno saputo evitare le sabbie mobili processando una per una le immagine con grandissima attenzione. L’utilizzo di filmati in bianco e nero e suoni d’archivio inediti, frutto di un meticoloso lavoro di ricerca, combinati con scene ricostruite, basate su storie e testimonianze vere raccolte tra sopravvissuti e parenti di quest’ultimi, sono gli strumenti con e attraverso i quali Riding with Death prende forma audiovisiva e sostanza contenutistica, in un mix davvero ben congegnato.
Francesco Del Grosso








