La polvere sotto il tappeto
Nella rosa delle pellicole in concorso alla 44esima edizione del Bergamo Film Meeting c’è stato spazio anche per il cinema di genere, nello specifico per il thriller psicologico. Genere, questo, che purtroppo non ha avuto un rappresentante all’altezza delle nostre aspettative e di tutti quelli che come noi non hanno particolarmente apprezzato Subsuelo di Fernando Franco. Il regista spagnolo, conosciuto anche come montatore (al suo attivo oltre cinquanta opere che gli sono valse svariate nomination ai Goya), aveva lasciato un buon ricordo con i suoi precedenti lavori, a cominciare dal pregevole esordio dietro la macchina da presa del 2013, La herida (Wounded), una storia nella quale aveva messo sotto la lente d’ingrandimento il disturbo borderline della personalità.
Con Subsuelo, trasposizione dell’omonimo romanzo dello scrittore argentino Marcelo Lujàn, è tornato a scavare negli angoli più scomodi dell’animo umano con una storia che mostra come un evento traumatico possa trasformare il focolaio domestico in un ambiente tossico, nel cui segreto si consumano indicibili abusi. Le quattro mura sono quelle di una villa nella quale la famiglia di turno trascorre in spensieratezza le vacanze estive, almeno fino a quando un tragico incidente d’auto segna le esistenze di due fratelli gemelli ancora minorenni, Eva e Fabiàn, di cui la prima pare essere responsabile. Le circostanze però restano ambigue e solo loro due, insieme alla madre, sembrano conoscere la verità. Da allora nasce un rapporto perverso, con Fabiàn che opprime la sorella con una serie di ricatti, manipolazioni, pressioni psicologiche e violenze. Sospetto, senso di colpa e rancore crescono fino a diventare insostenibili.
La verità che sottintende il titolo nascosta sotto la superficie prima o poi verrà a galla, il come però lo lasciamo ovviamente alla visione di un mistery dalle atmosfere noir e torbide in odore di Michael Haneke e Claude Chabrol, che promette ma non mantiene. Quello del cineasta di Siviglia è un film che mette in campo un numero considerevole di argomentazioni sensibili e dal peso specifico rilevante, ma che a conti fatti vengono solo abbozzati e mai approfonditi come avrebbero meritato. Tanta carne al fuoco che purtroppo provoca solo moltissimo fumo gettato negli occhi dello spettatore.
Ecco allora che Subsuelo si presenta a più riprese come un generatore di tensione ad alto voltaggio, seminandola a più riprese come ogni thriller che si rispetti, ma dopo averla innescata con meccanismi classici quali silenzi, non detti, non mostrati e con il supporto della colonna sonora, la disperde strada facendo a causa delle crepe che indeboliscono la struttura portante dell’architettura gialla. L’autore non sfrutta come avrebbe dovuto e potuto quelle che erano le potenzialità messe a disposizione dalla matrice letteraria, che proprio sulla sapiente costruzione della tensione e sul rapporto malato tra i fratelli che l’alimentava a getto continuo i punti di forza. Il lavoro di riscrittura va di fatti a minare tali certezze, provocando un cortocircuito che si va a ripercuotere anche sulla componente emozionale, che in Subsuelo purtroppo funziona solamente a fasi alterne. Quando questo si verifica è merito soprattutto delle performance attoriali, quelle del gelido e ambiguo Fabiàn di Diego Arisa e della tormentata Eva di Julia Martínes. Le loro interpretazioni sono le poche cose che vale la pena portasi dietro dalla visione di un thriller che lascia l’amaro in bocca con un epilogo tagliato con l’accetta.
Francesco Del Grosso









