…e ora parliamo di Margo
Tra le tante contaminazioni che il linguaggio cinematografico ha sperimentato, nel corso degli anni, quella con la musica (e con la musica pop in particolare) è forse in assoluto quella che viene da definire più “naturale”; una contaminazione in qualche modo inscritta nello stesso DNA del medium cinematografico, forma d’arte popolare per eccellenza e già in nuce – anche prima dell’avvento del sonoro, di fatto – capace di mescolare immagini, movimento, parole e (poi) suoni. Ci sono, tuttavia, opere che in qualche modo puntano ad andare oltre la mera idea di contaminazione, superando i punti di contatto più immediati tra i diversi linguaggi, e ricercando un’ibridazione che risulti in qualcosa di più della mera somma dei diversi medium. È, questo, precisamente il caso di questo They Come Out of Margo, ultimo lavoro del regista e musicista greco Alexandros Voulgaris, presentato nella sezione LP della 12esima edizione del SeeYouSound; un film, quello di Voulgaris, che molto più di altri merita l’appellativo di “sperimentale”, a dispetto della sua apparente, stretta dipendenza da un prodotto parallelo (l’album musicale del 2025 pubblicato dallo stesso regista, con lo pseudonimo The Boy). Basta vedere le prime immagini del film, infatti, per capire di essere di fronte a un’opera dal carattere squisitamente narrativo, che tuttavia fin dall’inizio sembra muoversi in un territorio altro; un territorio in cui la stessa arte (musica e immagini insieme) ha il potere di creare letteralmente dei mondi. Mondi a volte oscuri, a volte esaltanti.
La trama ruota intorno al personaggio di Margo (interpretata da Sofia Kokkali), una cantautrice di successo che da sette anni non pubblica più niente, vivendo reclusa in un appartamento alla periferia di Atene; la donna, afflitta da una grave depressione e vittima di vuoto creativo, viene assistita nelle sue necessità principali da Rhea (Evi Saolidou) che le fa da badante oltre che da unica amica. Quando arriva il giorno del suo quarantesimo compleanno, l’isolamento di Margo tuttavia si spezza: un gruppo di suoi amici e collaboratori storici, infatti, giungono a farle visita, sperando di contribuire a colmare il buco nero, creativo e psicologico, in cui la donna sembra precipitata. La singolare “festa di compleanno”, tuttavia, inizia presto ad assumere per Margo toni sempre più ansiogeni e ossessivi, mentre periodicamente, durante la giornata, affiora il ricordo della sorella minore morta misteriosamente anni prima; un ricordo che va a sommarsi a quello di un altro, oscuro episodio dell’infanzia della donna, che aveva coinvolto i suoi genitori. I fantasmi del passato – gli stessi che fino a pochi anni prima nutrivano e sostanziavano l’arte di Margo – sembrano tornati a esigere il pagamento di un prezzo molto caro.
La spregiudicata mescolanza di generi e registri narrativi di They Come out of Margo restituisce, come si diceva, un risultato che – per quanto di difficile classificazione – va oltre la mera somma delle sue parti; e questo è certamente il maggior pregio di questa singolare opera, che riesce anche, in parte, a mascherarne i (pur presenti) punti problematici. Sincopato, “sporco” e low-fi nell’estetica – le riprese sono effettuate alternativamente in Super 16 e 35mm – a dispetto di un montaggio che ammicca a un mood da videoclip squisitamente contemporaneo, They Come out of Margo è un po’ come il singolare apparecchio di registrazione che accoglie gli ospiti nella casa della donna, un cronenberghiano ibrido di sintetizzatore, grammofono, centralino telefonico e giradischi, con tanto di inquietante puntina a forma di dito umano; oltre ai linguaggi si mescolano passato e presente, nel film di Alexandros Voulgaris, cellulari e vecchissimi telefoni a cavo, l’ode simbolica a un’Atene scolpita nella memoria e ammantata di mito (tema principale dell’album del regista) e la presa d’atto di una metropoli contemporanea che ha semplicemente espulso ai suoi margini i suoi elementi meno funzionali – compresa la stessa artista che è stata uno dei suoi principali simboli pop. La mescolanza è anche quella di stati emotivi – dall’orrore più grafico a frammenti di placida quiete, accompagnati da avvolgenti ballate – in un caleidoscopio che, nel tentativo di rendere “mimeticamente” i processi cognitivi della protagonista, rischia a più riprese di sacrificare qualcosa in fatto di chiarezza e compattezza narrativa.
L’allegoria al centro del film di Alexandros Voulgaris diviene trasparente solo nella sua parte centrale – significativamente, proprio quella in cui quella stessa necessità di chiarezza (minima) che la storia impone fa maggiormente avvertire la frattura nel ritmo; senza cadere nella tentazione dello spoiler, diremo che They Come Out of Margo punta a ritrarre, in modo certo originale e coraggioso – e con un ampio uso di simbolismi – l’essenza della creazione artistica e le contraddizioni che questa porta con sé. Osservando l’estrema varietà di registri e “passi” che muovono il film di Voulgaris, tuttavia (fermi immagine montati in rapidissima sequenza, uso di camera a spalla quasi a rimandare a una rinnovata, deragliante interpretazione del Dogma vontrieriano, frammenti di musical, rallentamenti quasi contemplativi) non si può fare a meno di chiedersi se, tenendo maggiormente sotto controllo una tale eterogeneità di modi espressivi, non si sarebbe giunti a un risultato più efficace; l’impressione, per quanto ci riguarda, è che il film funzioni meglio (con punte di potenza emotiva anche notevoli) quando mette a fuoco i suoi personaggi in modo più definito, senza per questo rinunciare ai suoi simbolismi: si veda, a questo proposito, il dialogo tra la protagonista e il suo produttore nella stanza in cui è piazzato un luminoso, astratto plastico della città, o anche la lunga – insieme toccante e inquietante – frazione finale. Laddove, invece, la messa in scena punta a farsi programmaticamente barocca (il ballo collettivo, alcuni frammenti di flashback) l’ardita costruzione di They Come Out of Margo dà l’impressione di soffrire maggiormente, scambiando la varietà col caos. Un’imperfezione che, in fondo, è in qualche modo essa stessa parte integrante (diremmo costitutiva) della concezione di un’opera come questa, e che in un certo senso contribuisce, a suo modo, a farcene apprezzare la radicalità.
Marco Minniti









