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Intervista a Massimo Bonetti

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Massimo Bonetti: il grande attore della porta accanto

Ci sono attori che attraversano il cinema lasciando un solco profondo ed indelebile. Uno di questi attori è Massimo Bonetti, dal volto intenso e dalla recitazione discreta e misurata. Un attore che nel corso della sua carriera ha attraversato vari generi, ha interpretato una vasta gamma di ruoli e fatto degli incontri lavorativi e umani sensazionali: come Massimo Troisi e Pupi Avati. La sua recitazione è fatta di sguardi, pause, silenzi che pesano quanto le battute. Non è un attore che “spiega” il personaggio: lo abita. E quando lo abita, lo rende credibile fino in fondo. Quando gli ho scritto per chiedergli questa intervista si è subito reso disponibile, e dalla chiacchierata telefonica – oltre che la sua estrema professionalità – ho potuto apprezzare l’uomo che c’è dietro l’attore: una persona sensibile, educata e molto disponibile. Una bella persona. La nostra telefonata è stata interrotta varie volte per i suoi impegni lavorativi. Ma tutte le volte mi ha prontamente richiamato scusandosi. In questi giorni è al cinema con L’invisibile filo rosso di Alessandro Bencivenga accanto a Lello Arena. E prossimamente lo vedremo in Gli anni del padre di Stefano Veneruso, nipote di Massimo Troisi.

D: Per cominciare, volevo chiederti dei tuoi inizi. Non ho trovato molte informazioni sulla tua formazione. Come sei entrato nel mondo del cinema?
Massimo Bonetti: Io da giovane giocavo a pallone, al cinema non ci pensavo proprio. Già da bambino mi ritrovai a fare il provino per il bambino protagonista di La steppa di Alberto Lattuada. Ed arrivai in finale con Daniele Spallone e alla fine fu preso lui. Lattuada disse a mio padre: «Signor Bonetti non prendo suo figlio perché ha dei lampi di furbizia degli occhi che non vanno bene per il personaggio». Questa fu la motivazione. A 17 anni mi è capitato di fare il provino con Fellini per “Fellini Satyricon” che cercava qualcuno per la coppia di Ascilto e Gidone. Allora, tramite uno degli assistenti di Fellini mentre io ero a Rocca di Mezzo in montagna, in estate, mi avvicinò e mi chiese se mi interessasse il cinema. Io però rifiutai perché giocavo a pallone. Mi ritrovai quasi per caso e in maniera rocambolesca a lavorare con il Maestro Umberto Lenzi nei “poliziotteschi” degli anni Settanta: Il trucido e lo sbirro, Il cinico, l’infame, il violento, La banda del gobbo. Lenzi mi aveva preso per la mia faccia. E allo stesso modo mi ritrovai a lavorare per il grande Sergio Citti in quel film che è diventato iconico, Casotto, che aveva un cast stellare: Michele Placido, Gigi Proietti, Ugo Tognazzi e una giovane, ma già affermata, Jodie Foster, reduce dall’affermazione di Taxi Driver. E in maniera altrettanto rocambolesca mi sono trovato a fare La tempesta di Giorgio Strehler a teatro, dove facevo l’attor giovane Ferdinando al Piccolo Teatro di Milano per poi andare a Los Angeles, New York, a Parigi. Sono quindi stato catapultato in ciò che era il più grande teatro del periodo. Ho diviso il palco con Tino Carraro, Giulia Lazzarini, tutti attori mostruosi.

D: Quindi ti sei ritrovato a misurarti con tutti questi mostri sacri senza avere una vera e propria preparazione di base?
M.B.: Niente, totalmente acerbo!

D: Un talento naturale, in pratica…
M.B.: Io all’inizio dicevo: «Contenti voi, figuratevi io…». Non volevo studiare, non volevo sapere niente. Da La tempesta sono passato a La notte di San Lorenzo dei Fratelli Taviani. Dopo di loro Storia d’amore e d’amicizia, uno sceneggiato televisivo di Franco Rossi che ebbe molto successo. Dopodiché di nuovo con i fratelli Taviani nel loro film Kaos, e poi da lì Pupi Avati, Massimo Troisi che era un grande amico mio e tutto quanto poi quello che penso saprai.

D: Sì, ma parliamo dopo di Troisi. Voglio dirti che noto con estrema meraviglia che hai una memoria di ferro. Ti ricordi tutto nei minimi particolari.
M.B.: Beh, c’è il personaggio con il quale sono al cinema in questo momento ne L’invisibile filo rosso che da questo punto di vista è stata una sfida. Nel film c’è anche Ornella Muti. Ma anche nel prossimo film di Stefano Veneruso, che è il nipote di Massimo Troisi e un regista bravissimo, con il quale ho fatto appunto Gli anni del padre e che partirà da Israele in quanto è un film internazionale. Infatti abbiamo girato tutto in inglese ed è stata un’altra grande prova per me recitare in lingua inglese, ricordare tutte le battute… Per cui la memoria è sempre stata un grande strumento per me.

D: Tu hai avuto una carriera di tutto rispetto. Fra le tue migliori interpretazioni credo si possa annoverare Il lupo di Stefano Calvagna.
M.B.: Quello fu una scommessa, io nella mia carriera ho fatto parecchie scommesse. In molti mi dicevano di lasciar perdere perché all’epoca Calvagna era poco conosciuto. Io invece ho sempre pensato che Stefano avesse talento e – spinto anche dalla mia follia che, a volte, guida le mie scelte – mi sono buttato in questo progetto. E Il lupo l’ho fatto molto volentieri. Forse era un po’ carente nella sceneggiatura, ma per il resto aveva tutte le carte in regola.

D: Tu hai messo in atto una trasformazione totale, quasi da Actor’s Studio, basata su una trasformazione anche fisica del personaggio. Ed anche la tua recitazione, in questo caso, “cambia”: diventa più sopra le righe, più aggressiva, più “veemente” potrei dire. In totale accordo con il personaggio che hai interpretato. E a mio parere è una delle tue migliori interpretazioni in assoluto.
M.B.: Sì, ma io infatti sono strafelice di averlo fatto perché è venuto fuori un bel film, che si difende, ha dato motivo di parlarne bene da parte del pubblico e della critica.

D: Massimo, se permetti, vorrei chiederti di un tuo collega con il quale dividi varie scene nel film: Enrico Montesano. Nell’ambiente del cinema si è sempre vociferato che abbia un caratterino un po’ particolare. Per tua esperienza diretta, come ti sei trovato a lavorare con lui?
M.B.: Guarda, Montesano io non l’ho frequentato solamente per Il lupo, l’ho frequentato anche perché faceva parte di quella che è la squadra degli attori, veniva a giocare con noi perché amava molto il calcio. Ma lui non è cattivo, come a volte spesso si è detto. Assolutamente no! Montesano ha semplicemente un carattere un po’ difficile è un pochino permaloso, è molto attento, si guarda attorno, non si lascia andare, però è una persona corretta. E mi è piaciuto veramente tanto lavorare con lui.

D: Ed è anche un ottimo attore, e nel film lo ha dimostrato. La scena del vostro incontro/scontro al bar mi ha ricordato – con le dovute o ovvie proporzioni – quella con Pacino e De Niro in Heat – La sfida: un momento in cui due mondi opposti sembrano convergere.
M.B.: [ride] Ti ringrazio, ma non esageriamo!

D: Massimo, non sono riuscito a recuperare il film da te diretto, La settima onda: introvabile. Puoi dirmi qualcosa di quel film?
M.B.: È una cosa strana: quel film è sparito dai radar! Non si trova da nessuna parte. C’è solo il trailer, il trailer lo trovi. Purtroppo, siccome la produzione ha chiuso, non esiste più traccia di questo film, e questa cosa a me fa tanto male.

D: Hai lavorato in vari film con Pupi Avati. Come ti sei trovato a lavorare con il Maestro?
M.B.: Con Pupi c’è un rapporto di stima reciproca e profonda amicizia. Lui mi ha scoperto con Ultimo minuto, mi fece un provino per come io sapessi palleggiare e non recitare. [ride] Nacque sotto questo aspetto così insolito e ironico. Io ho un grande affetto per lui e lui ha un grande affetto per me. Siamo vincolati dall’affetto, per dirla bene.

D: E, se mi posso permettere, è una cosa che trasuda dai film stessi. Si percepisce tutto l’affetto che vi lega. Tra l’altro, nel film che hai ricordato, Ultimo minuto hai anche avuto la fortuna di lavorare con il grandissimo Ugo Tognazzi.
M.B.: Ugo Tognazzi già l’avevo incrociato sul set di Casotto. C’erano tanti attori, tra cui, appunto, Ugo Tognazzi. Certamente in Ultimo minuto ho avuto un rapporto con lui più attoriale, più diretto.

D: Nel film c’è questa dinamica fra te e Ugo Tognazzi in cui vi scontrate, c’è questo scontro fra tutti e due, bello acceso. Per cui, immagino, l’emozione nel confrontarsi con un pilastro del cinema italiano. Che ricordo hai di lui?
M.B.: Ugo Tognazzi è stato per me un attore da osservare, da rispettare. Io mi incantavo a vederlo recitare. Mi incantavo a guardare i suoi movimenti, ad ascoltare le sue battute. Ogni volta che mi parlava, mi venivano in mente tutti i suoi film. Era un attore straordinaria di levatura, insomma. Lo ricordo con grandissimo rispetto.

D: Adesso vorrei farti una domanda un po’ scomoda. Lello Arena nella sua autobiografia sostiene che il ruolo di Orlando nel film Le vie del signore sono finite inizialmente era stato pensato per lui. Però poi, pare che, all’ultimo momento Troisi abbia cambiato idea per affidarlo a te. Quindi volevo capire se le cose siano andate effettivamente così.
M.B.: A me non risulta, sinceramente. Io ho conosciuto Massimo in un campo di calcio della squadra degli attori durante un allenamento. Erano i tempi in cui lui era reduce da Ricomincio da tre ed io da Storia d’amore e d’amicizia. Quando ci conoscemmo io gli dissi «Io devo farti i complimenti per il tuo film», al che lui rispose [imitando la voce di Troisi]: «Sono io che devo fare i complimenti a te. Ho visto il film Storia d’amore e d’amicizia e mi è piaciuto proprio tanto. Io ho un soggetto» – in quell’attimo me l’ha detto «di due che vanno a Lourdes a chiedere la grazia, sulla sedia a rotella» e mi fece molto ridere questa cosa. E da quel momento diventammo amici, non si parlò più di questo film. Per tre, quattro anni parlavamo di sport, di donne, di tutto quello che ci pareva… del Napoli, della Roma, mangiavamo insieme… mangiavamo spaghetti aglio, olio e peperoncino… perché io e Massimo non abbiamo mai parlato di lavoro. Fino a che un giorno esce fuori che lui poi veramente aveva scritto questo film, e lui mi aveva appunto dato il ruolo di Orlando, che Massimo mi ha cucito addosso. Se poi dietro ci sia dell’altro io questo non lo so, ma lo escludo.

D: Tu hai frequentato Massimo Troisi negli ultimi anni della sua vita, eravate grandi amici. Io ho visto i video pubblici delle vostre serate divertenti, degli scherzi che Massimo faceva a tutti voi, anche a Carlo Verdone. Ho notato però che Lello Arena non c’era mai con voi.
M.B.: Lello faceva un’altra vita. Io ho frequentato Massimo assiduamente per dieci anni: mattina, sera… E le uniche persone che io frequentavo insieme a lui erano Gaetano Daniele, Alfredo Cozzolino, Anna Pavignano, Jo Champa, Clarissa Burt… Anche Enzo De Caro non c’era.

D: Tu hai lavorato anche con Francesco Nuti nell’ultimo film in cui è comparso, Concorso di colpa di Claudio Fragrasso.
M.B.: Sì, purtroppo è stato il suo ultimo film.

D: È vero che ci fosse un po’ di sana competizione fra Troisi e Nuti? Ne parla Francesco Nuti nella sua autobiografia di quanto fosse, per certi versi, “geloso” del successo di Troisi al cinema, con le donne, con i critici…
M.B.: Ecco, sì, da parte di Nuti. È stato sincero Nuti. Perché il dualismo nasce da Nuti non certo da Troisi. Massimo non era per nulla competitivo. Massimo si spolverava la spalla e diceva: «Ma che me ne fotte a me, fate come vi pare!». Non ha mai dato giudizi su nessuno, non ha mai parlato male di qualcuno. Se parlava di qualcuno ne parlava bene. Lui, ad esempio, ha sempre ammirato Johnny Dorelli e varie volte aveva pensato che avrebbe potuto fare un film con lui. Gli stava simpatico.

D: Frequentando il gruppo che gravitava attorno a Troisi, immagino ti sia anche capitato di fare la conoscenza di Diego Armando Maradona.
M.B.: Sì, sì, l’ho conosciuto a casa di Massimo. Era il 1986, e quel giorno c’era stata una partita all’Olimpico Roma-Napoli, che finì con la vittoria del Napoli grazie proprio a un gol di Maradona. Massimo aveva invitato qualche giocatore a casa sua dopo la partita per prendere un tè con i pasticcini. Vennero Andrea Carnevale, Edinho e Maradona. C’è anche una foto di quel giorno lì. Quando entrò Maradona io gli dissi: «No, io a te la mano non te la do». E lui si mise a ridere. Io da tifoso romanista, quella sera mi feci completamente travolgere da tutti i napoletani attorno a me. Ridevano e scherzavano molto. Comunque mi ha fatto molto piacere conoscere Maradona, è stata una gran fortuna.

D: Immagino i momenti fantastici che avete vissuto negli anni Ottanta. Che bella compagnia che avevate.
M.B.: È stata una cosa meravigliosa, meravigliosa. Ma tu lo sai che le ragazze – che fra di noi ce le scambiavamo – erano diventate “sceneggiature”. Se io ad esempio andavo a casa sua con una “new entry”, una bella ragazza, magari una modella, e gliela presentavo: «Ciao Massimo. Ti presento, per dire, Caterina», e lui [imitando la voce di Troisi]: «Ciao Caterina comm va?», ci mettevamo seduti e lui, di punto in bianco, durante la conversazione a tre con il tè, il caffè davanti, lui mi diceva: «Massimo ma poi l’hai letta quella sceneggiatura?», ed io: «Ho cominciato a leggerla, e mi sembra piuttosto interessante. Ma guarda che appena finisco te la leggi pure te, non c’è problema», e lui: «ah, me la posso leggere?». E poi quando andavamo via, mi diceva: «Massimo, ricordati della sceneggiatura!». Che periodo magnifico.
C’è molto di Troisi anche negli ultimi due film che ho interpretato. L’invisibile filo rosso è di Alessandro Bencivenga che fa parte del mondo di Massimo. Lui ha diretto anche il documentario Il mio amico Massimo dove tra l’altro c’è anche un’intervista al sottoscritto. Invece Gli anni del padre è di Stefano Veneruso, che è il nipote di Massimo, il figlio della sorella di Massimo. Ed il film è scritto da Anna Pavignano, la sua compagna storica. Quindi, credo che questi ultimi due lavori me li abbia mandati dal cielo proprio lui. Troppe coincidenze!

Alessio Cacciapuoti

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