Il percorso, quasi indescrivibile a parole, di una band di culto
In programma la sera del 5 marzo al Cinema Massimo, Butthole Surfers: The Hole Truth and Nothing Butt di Tom Stern (2025, Stati Uniti) è decisamente una bomba. Da anni un festival come il torinese SEEYOUSOUND ci ha abituati, anche tra i documentari, a proposte spiazzanti, provocatorie, anarcoidi nella forma e nei contenuti. Questo vulcanico doc sulla parabola artistica e umana dei Butthole Surfers, tra i più attesi della 12esima edizione della kermesse piemontese, destabilizzante lo è sin dalla didascalia iniziale, concepita graficamente sulla falsariga del classico “warning”, con cui si tende a informare il pubblico riguardo ad eventuali censure e restrizioni ai minori. Tra i contenuti del film dai quali si fa finta goliardicamente di mettere in guardia lo spettatore, sono elencati persino “puppet nudity, puppet violence, exploding toys”. Per quanto l’ironia qui regni sovrana, non è un semplice modo di dire, giacché nell’impianto formale così articolato, fantasioso, schizoide e labirintico del documentario, cui non difetta certo un’impronta “ultra-pop”, si fanno strada anche arditi collage e sequenze d’animazione, realizzate queste ultime con l’ausilio di quei pupazzi che specie un tempo imperversavano negli show televisivi.
Tutto questo, del resto, anche per raccontare con uno stile ancora più libero una delle esperienze più singolari, dissacranti, estreme della scena musicale statunitense: quella che tra un cambio di formazione e l’altra hanno portato avanti i Butthole Surfer, band dal timbro “alternative rock” e con uno spirito punk quanto mai estremizzato, formatasi dopo alcuni tentativi decisamente “underground” nel 1982 a San Antonio, in Texas. Gibby Haynes (voce) e Paul Leary (chitarra), questi i due texani non “dagli occhi di ghiacco” ma dallo sguardo strafatto, che pur di buona famiglia decisero sin da giovanissimi di mandare all’aria le vite agiate e ordinarie che a casa avrebbero voluto per loro, dando il via a un progetto musicale fatto di eccessi, sperimentazione continua, abuso di sostanze stupefacenti, infrazioni d’ogni tipo al “buon gusto” e persino momenti di sessualità esplicita su palchi destinati ogni volta a diventare roventi.
Tra un incredibile numero di bassisti sostituiti, “live” scandalosi, liti furibonde e amicizie celebri (ne è testimone sullo schermo uno scapestrato Johnny Depp, ma emozioni persino maggiori le genera il ricordo di Kurt Cobain e River Phoenix), in Butthole Surfers: The Hole Truth and Nothing Butt un abilissimo e ispirato Tom Stern sa condensare anche il passaggio del gruppo dalla scena indipendente alle più importanti etichette musicali con una vivacità, incredibile, che a tratti rischia di trasformarsi in frenesia, rendendo comunque avvincente un percorso creativo e di vita destinato ad infrangere qualsiasi tabù. Fa un certo effetto vedere le esistenze così turbolente di Gibby Haynes, di Paul Leary e degli elementi superstiti della band oggi così “pacificate”, con tanto di amene famigliole che li hanno probabilmente salvati dall’epilogo autodistruttivo toccato in sorte ad altri. Eppure di fronte a loro si ha sempre l’impressione di un fuoco che cova sotto la cenere o magari sotto la spessa coltre degli anni trascorsi lontani l’uno dall’altro. Tanto da far percepire con un filo di emozione anche la loro estemporanea, recente reunion.
Stefano Coccia









