Home Festival Berlino Dust

Dust

131
0
VOTO: 3,5

Una letargica e sconclusionata fuga dalle responsabilità

È arrivato quel momento della Berlinale. A prescindere dalle nostre speranze relativamente al livello qualitativo di questa 76esima edizione, in cuor nostro sapevamo benissimo che il concorso ci avrebbe sorpreso negativamente in almeno un paio di occasioni. Ma a Berlino, perlomeno in confronto ai cugini europei Cannes e Venezia, non si scherza in materia di delusioni; se un film è destinato a infrangersi come una meteora sul Berlinale Palast, sala dove si consumano le prestigiose anteprime mondiali del concorso, allora che l’impatto sia talmente fragoroso da lasciare il segno. Mettendosi nei panni della critica, l’atto professionale di ragionare su questi titoli risulta comprensibilmente spinoso, non essendo mai gratificante parlare (o in questo caso scrivere) male di un prodotto che non mira attivamente a generare dissenso tra gli avventori del festival. Cercherò di essere il più schietto possibile, guidandovi per i punti critici dell’unico titolo che, ad ora, mi risulta inspiegabile come mai stia occupando un posto in concorso, soprattutto avendo già constatato che in altre sezioni si nascondono dei progetti meritevoli dei riflettori più luminosi. Stiamo parlando di Dust, secondo secondo lungometraggio di Anke Blondé, regista britannica che, anche grazie ai suoi cortometraggi, non è estranea al panorama festivaliero, ma che con questo posizionamento ha fatto un salto di qualità.
La premessa è intrigante, ma coincide purtroppo con l’intero contenuto della sceneggiatura, alla cui stesura ha contribuito Lukas Dhont, regista del film candidato agli Oscar, Close. Ci troviamo a ridosso degli anni 2000, nello spaccato temporale in cui gli imprenditori informatici Luc e Geert apprendono che la loro rete di società fittizie, mirata a falsificare i profitti della loro compagnia, sta per venire smascherata dalla stampa. Viene subito convocata una riunione d’emergenza del consiglio di amministrazione, ma tutti sono d’accordo sul fatto che non ci sia nulla da fare: i due hanno le ore contate. Tuttavia, l’arresto è atteso “solamente” per lunedì mattina, grazie allo scudo temporaneo eretto provvidenzialmente dalla chiusura domenicale della borsa.
Il film si propone di esplorare questo loro purgatorio, un limbo temporale che, sulla carta, offre terreno fertile per un duplice studio caratteriale incentrato sulla presa di coscienza. Entrambi cercheranno, ognuno a modo suo, di resistere con tutte le forze alla consapevolezza che stanno vivendo il loro ultimo giorno da uomini liberi, e successivamente tenteranno di venirci a patti. C’è però un enorme problema alla base di Dust, che spegne sul nascere qualsiasi barlume di coinvolgimento: Luc e Geert non forniscono allo spettatore nessun motivo per tifare per loro, né tantomeno attraversano una trasformazione morale abbastanza tangibile o stimolante da appuntare valore al progetto. I due protagonisti rimangono imbalsamati nella loro impressione iniziale, in balia del montaggio confuso e di un comparto tecnico che, nonostante la regia sia competente, non è in grado di sostenere il film sulle sue spalle. Dust non riesce in alcun modo a giustificare la sua durata eccessiva (due ore belle piene, nel contesto di un concorso dove solo un film supera questa soglia), specialmente considerato che, superati i primi dieci minuti, cessa di offrire alcun tipo di guizzo narrativo. Il ritmo è letargico, diluito da flashback poco costruttivi ai fini dello studio caratteriale, che servono unicamente la causa dell’eccesso.
Peccato, perché le intenzioni a mio avviso erano nobili. La prima scena, in cui i protagonisti illustrano alla platea gremita di una sala conferenze il prototipo embrionale di un intelligenza artificiale, sembrava presagire l’intreccio con questa tematica più che mai attuale. In un certo senso il discorso torna, ma solo come intermezzo comico ricorrente, con Geert che fallisce ripetutamente l’autenticazione vocale per entrare in ufficio. Gli avranno bloccato l’accesso? No, in realtà dispositivo è solo più artificiale che intelligente, non ancora in grado di riconoscere nomi dalla pronuncia complessa. Tutto qui, vi chiederete? Purtroppo si, e non provo alcun piacere a sentenziarlo.

Alessio Vinciguerra

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

4 × quattro =