Generazioni a confronto
Tra le sorprese più piacevoli di questa 76esima edizione del Festival di Berlino v’è indubbiamente We are All Strangers, ultima fatica del regista di Singapore Anthony Chen, qui presentata in corsa per l’ambito Orso d’Oro, nonché primo film proveniente da Singapore a prendere parte al prestigioso concorso berlinese. Già, perché, di fatto, se è vero che nel corso degli anni il cinema orientale ci ha sovente regalato intense storie incentrate su delicate relazioni interpersonali, tutte distintesi per uno spiccato lirismo di fondo, è anche vero che, quando ben riuscite, di queste storie non ne abbiamo mai abbastanza. Lo stesso, dunque, vale per il presente lungometraggio. Ma vediamo nello specifico di cosa stiamo parlando.
We are All Strangers ci racconta per immagini una complessa storia famigliare, una storia di diverse generazioni spesso costrette a vivere a stretto contatto l’una con l’altra e che finiscono, come è naturale che sia, inevitabilmente per scontrarsi e per affrontare, ognuna a modo proprio, importanti cambiamenti in vista di una profonda crescita personale. Junyang (impersonato da Koh Jia Ler) è un ragazzo di ventun anni che sta per finire il servizio militare e che ama trascorrere le sue giornate in modo spensierato, uscendo con gli amici e con la sua ragazza Lidia (Regene Lim), che va ancora al liceo e che vive con una madre incredibilmente severa. Le cose cambiano improvvisamente nel momento in cui la ragazza resta incinta e decide di tenere il bambino. Alla loro storia, si intrecciano anche le vicende del padre di Junyang, Boon Kiat (Andi Lim), che gestisce da anni una tavola calda, e di Bee Hwa (Yeo Yann Yann), che lavora presso di lui e di cui lui si innamorerà perdutamente, decidendo di sposarla.
Delicato, fortemente poetico e contemplativo, We are All Strangers ha la grande e mai scontata capacità di indagare nell’animo umano con tutte le sue numerose e complesse sfaccettature, regalandoci personaggi incredibilmente umani, personaggi spesso molto lontani dall’essere “perfetti”, ma che, proprio per questo motivo, ci sembrano fin da subito profondamente veri.
La macchina da presa è attenta a ogni minimo dettaglio e sa fare di normali gesti del quotidiano potenti scene cinematografiche (particolarmente degni di nota, a tal proposito, i momenti in cui vediamo prima Boon Kiat, poi Junyang preparare dei noodles in padella), e all’interno di una messa in scena fluida e ben strutturata (la cui durata di quasi tre ore scivola via, in realtà, come un bicchiere d’acqua fresca) vengono ben alternati momenti di spensierata leggerezza (con tanto di scene al limite dell’esilarante) a sequenze fortemente drammatiche. Il tutto, come già menzionato, per un’esaustiva e ben sfaccettata analisi dei rapporti famigliari e intergenerazionali, riguardanti sovente anche la formazione di nuove famiglie.
Siamo d’accordo: We are All Strangers non è un film perfetto. E, di fatto, durante la visione, non possiamo non notare qualche ingenuità di troppo, insieme a personaggi dal grande potenziale, ma che, di punto in bianco, spariscono senza motivazione alcuna (vedi, su tutti, la madre di Lidia), a tanti, troppi finali che finiscono irrimediabilmente di perdere via via di potenza e a scelte in cui una forte emotività di fondo tende a spingere il tutto verso una pericolosa retorica (come, ad esempio, la scelta di inserire la canzone Father and Son di Cat Stevens sui titoli di coda). Poco male, però. Come già inizialmente menzionato, infatti, questo lungometraggio di Anthony Chen funziona. E nell’arrivarci immediatamente con tutta la sua potenza visiva e comunicativa è, fino a questo momento, uno dei film del concorso che tende a restare maggiormente (positivamente) impresso. E questa, si sa, non è mai cosa da poco.
Marina Pavido








