Il bilancio dell’evento più importante sotto il segno del cinema indipendente, per la prima volta senza la guida di Robert Redford; chi ha vinto e, soprattutto, cosa ci riserva il futuro?
Si è da poco conclusa l’ultima edizione del Festival di Sundance, manifestazione dedicata a tutte le forme di narrazione visiva che fanno parte del panorama produttivo indipendente. Organizzato ogni fine gennaio dal Sundance Institute – realtà no profit fondata da Robert Redford nel 1981 – Sundance non rappresenta solamente la vetrina più ambita del cinema a basso budget, ma anche il punto di partenza della nuova stagione festivaliera. Per non perdere traccia delle correnti che plasmano le tendenze cinematografiche contemporanee, è quindi imperativo restare aggiornati sull’offerta proposta da Sundance, che si tratti di nuovi voci dell’industria statunitense, di progetti audaci provenienti dai più remoti angoli del pianeta o di documentari destinati ad arrivare agli Oscar.
Sull’edizione del 2026, oltre al vento gelido che mette da sempre a dura prova gli avventori di Sundance, ha imperversato anche una tempesta di nostalgia. Robert Redford è tristemente venuto a mancare lo scorso settembre, un lutto improvviso a cui si aggiungono i preparativi per l’imminente trasloco in Colorado, più precisamente a Boulder, nuova casa di Sundance a partire dal 2027. È il momento di lasciarsi allo spalle lo Utah, location storica che ha prestato nome alla manifestazione nei suoi primi anni – tra il 1978 e il 1991 – così come tutti i ricordi e le certezze legate ad essa. Sarà l’occasione per non perdere di vista i valori di cui Sundance si fa ambasciatore, legati alla missione che ha lo hanno consolidato nel tempo come un punto di riferimento per i giovani cineasti, più che a una semplice ricorrenza logistica. Nell’attesa di scoprire cosa ci riserverà il futuro, prendiamoci questo spazio per ragionare sui film che hanno definito questa fatidica edizione, ponendo l’attenzione più sui vincitori che sui vinti (giusto per rimanere ottimisti!).
Le grandi anteprime
I titoli di alto profilo vengono solitamente presentati nella sezione Premiere, dove risiede il cuore del prestigio di Sundance. Lo scorso anno questa è stata la casa di progetti fortunati quali Train Dreams e Se solo potessi ti prenderei a calci, recentemente candidati a Critics Choice Awards, Golden Globes e Academy Awards, oltre che di Tutto Quello che Resta di Te, film palestinese che è stato molto apprezzato in Italia durante la sua permanenza delle sale. Uno sguardo ai titoli più chiacchierati di questa selezione può quindi offrire un’anticipazione su quello che ci aspetta nella prossima stagione dei premi.
Quest’anno sembrano essere tutti d’accordo: la maggior parte dell’entusiasmo generato al di fuori del concorso è in gran parte da ricondurre ad Olivia Wilde. Sundance è stato il teatro del suo duplice ritorno sulla scena, con due progetti distinti che l’hanno vista protagonista sia davanti che dietro la cinepresa, dove in passato si era già cimentata con La rivincita delle sfigate e Don’t Worry Darling. L’attrice firma prima di tutto la regia di The Invite, un dramma relazionale di impostazione teatrale che si svolge tutto in un appartamento, e che si è conquistato tra le recensioni migliori di tutto il festival. Il film vanta un cast eccezionale in cui la stessa Wilde è affiancata da niente meno che Penelope Cruz, Edward Norton e Seth Rogen. A24 si è già aggiudicata l’asta per i diritti di questo titolo, combattuta ferocemente da colossi come Netflix, Searchlight e Sony Pictures Classic. Olivia Wilde è poi protagonista dell’attesissimo I Want Your Sex, il nuovo film di Gregg Araki, in cui interpreta la musa erotica di Cooper Hoffman. Il regista è alla sua undicesima partecipazione al festival, e per l’occasione ha trascinato gli spettatori in un mondo esteticamente impreziosito fatto di sesso, ossessioni, tradimenti e crimine. Ci potremmo fermare qui, con la certezza che molti saranno incuriositi anche a scatola chiusa, ma l’attesa è ufficialmente diventata più ardua ora che le recensioni si sono confermate all’altezza dell’entusiasmo.
Ha moderatamente mandato in visibilio il pubblico anche Wicker, fiaba in cui la stramba abitante di un villaggio di pescatori impersonata da Olivia Colman si fa cucire su misura un marito di vimini, che prenderà convenientemente vita con le piacenti sembianze di Aleksander Skarsgard. Quest’ultimo sarà presto un volto familiare per il pubblico italiano, che presto potrà mettere gli occhi su Pillion – Amore Senza Freni, la deliziosa e controversa commedia romantica in uscita a San Valentino.
Tra le proposte del 2026 si è anche difeso bene Frank & Louis di Petra Biondina Volpe, regista italo-svizzera reduce dal successo di Late Shift, accolto calorosamente nelle sale italiane e incluso nei 15 titoli finalisti per la categoria internazionale degli Oscar. Questa volta l’azione si svolge in prigione, dove un Kingsley Ben Adir (Bob Marley One Love) condannato all’ergastolo accetta di aiutare i detenuti affetti da demenza. Un percorso di redenzione che parte con mire egoistiche, col solo obiettivo di conquistarsi uno sconto della pena, ma che promette infine di mostrarci un barlume di umanità nel più disperato dei luoghi.
U.S. Dramatic Competition: il concorso statunitense
Ma Sundance è prima di tutto scoperta. La U.S. Dramatic Competition ospita le anteprime mondiali dei dieci lungometraggi di finzione giudicati più audaci dal comitato di selezione, progetti radicati tematicamente nella contemporaneità statunitense. I film in questione si sono dati battaglia per il prestigioso Grand Jury Prize, il premio più ambito del festival, e per l’approvazione del pubblico, incaricato di incoronare il proprio personale vincitore con l’Audience Award. Qualunque sia la lente attraverso cui si studiano i risultati, il verdetto si rivela essere unanime: è Josephine di Beth de Araujo il vincitore indiscusso di questo Sundance, essendo il recipiente di entrambi i premi. È importante contestualizzare questo traguardo, tagliato da diverso tempo a questa parte solamente da Minari e CODA – I Segni del Cuore, titoli che nel peggiore dei casi sono stati candidati all’Oscar, e nel migliore hanno finito per vincerlo.
Josephine è una visione a tratti angosciante, che ricorre a misure drastiche per costringerci a empatizzare fin da subito con la sua piccola protagonista, l’omonima bambina di 8 anni che assiste con i propri occhi a un abuso destinato a strapparle prematuramente ogni briciolo di innocenza. Il film è la disamina meticolosa di una famiglia costretta a fare i conti con una giovane psiche in frantumi, dominata dalla sensazione opprimente di vulnerabilità. In una società in cui la violenza è più che mai tangibile ovunque, il successo di Josephine è facilmente spiegato dalla catarsi a cui conduce lo spettatore dopo averlo fatto camminare sulle spine, oltre che dalla regia sensazionale e le interpretazioni, che si rivelano tutte all’altezza dei momenti più intensi. Al progetto, nei panni del padre, partecipa Channing Tatum, reduce da un 2025 particolarmente fortunato per la sua carriera. Prima è arrivato Atropia, film vincitore dell’ultima edizione di Sundance, e poi Roofman, commedia tratta da una storia vera accolta calorosamente a Toronto, dal regista di Blue Valentine e Come un Tuono. Insomma, Tatum non può certo lamentarsi del suo agente, soprattutto considerato che si sta già speculando sulla sua possibilità di venire candidato all’Oscar il prossimo anno. Aspettatevi grandi cose da questo titolo, che nel frattempo è stato selezionato anche per il concorso della Berlinale.
Interessante anche l’operazione sovversiva di The Friend’s House is Here (titolo che strizza l’occhio al capolavoro di Abbas Kiarostami), ambientato nella comunità artistica underground di Tehran e girato clandestinamente. Nonostante la pesante critica sociale di fondo, si decide di mettere in primo piano le amicizie che sbocciano dalla sintonia creativa, con un risultato tanto sofisticato quanto rigenerante relativamente alle aspettative verso questo tipo di cinema. L’assottigliamento della linea di demarcazione tra realtà e finzione è una delle tematiche storicamente più care a Sundance, che venera il palcoscenico in quanto spazio che permette di librarsi al di sopra delle difficoltà. Basta pensare a gioielli come Theater Camp e Ghostlight, che hanno recentemente debuttato in questa competizione e alzato l’asticella per tutti i futuri lungometraggi che si prefiggono di raggiungere una catarsi a spese della messinscena teatrale.
Mentre la distribuzione di Josephine è ancora fortemente contesa, Sony Pictures Classic ha prontamente concluso in questa sezione i primi affari dell’anno, aggiudicandosi Bedford Park e Ha-Chan Shake Your Booty, due dei titoli più chiacchierati del concorso statunitense. Quest’ultimo è ambientato nelle sale da ballo competitive di Tokyo, scenario in cui esplora il lutto in chiave ironica e spensierata, mettendo in scena all’occorrenza coreografie musicali effervescenti. Indubbiamente fresco e confezionato con cura, ma penalizzato dalla scrittura mediocre della sua protagonista, per cui è difficile non covare fastidio da un certo punto della storia in poi.
Prima di passare avanti, è necessario indirizzare l’entusiasmo suscitato dall’interpretazione di Will Poulter in Union County, dove risulta convincente nei panni di un ex-tossicodipendente alla ricerca di una nuova stabilità. Una premessa narrativa che può apparire convenzionale ed esausta, ma che qui è esplorata con cura e delicatezza.
Di seguito, i premi principali della U.S. Dramatic Competition:
U.S. Grand Jury Prize: “Josephine”
Directing Award: “Ha-chan, Shake Your Booty!”
Screenwriting Award: “Take Me Home”
Audience Award: “Josephine”
World Cinema Dramatic Competition: i film internazionali in concorso
Parallelamente, concorrono nella World Cinema Dramatic Competition anche dieci titoli provenienti dal resto del mondo. L’obiettivo è il medesimo; offrire un palcoscenico ai talenti emergenti che proiettano lo sguardo al futuro, e che riflettono questa tendenza nello stile. Incarna perfettamente questa descrizione Filipinana, una critica al colonialismo tanto tagliente quanto narrativamente essenziale, oltre che uno dei prodotti esteticamente più consapevoli dell’intera selezione di Sundance. L’azione si svolge tutta in un lussuoso club di golf, dove una delle tante inservienti dal peculiare costume rosa, incaricate di servire e riverire i clienti, intraprenderà un viaggio alla scoperta dei segreti celati dal Dr. Palanca, il misterioso presidente. Anche Filipinana farà tappa a Berlino nella sezione Perspectives, concorso dedicato ai debutti.
Nessun film internazionale si è avvicinato anche solo lontanamente a ricevere il plauso di Josephine, ma sono diversi i titoli di questa sezione che meritano di venire attesi. Come il delizioso Extra Geography, dove due studentesse di un collegio inglese, amiche per la pelle al punto di essere entrate in simbiosi l’una con l’altra, decidono che il loro prossimo progetto scolastico sarà innamorarsi entrambe della prima persona che vedono. Quello che può sembrare solo un frivolo passatempo adolescenziale, insegnerà alle due ragazze una lezione tanto amara quanto profondamente formativa, e cambierà per sempre il loro rapporto. Il finale è sensazionale, un distillato di sensazioni sfuggenti che, miracolosamente, il cinema è in grado di trasmettere indirettamente attraverso lo schermo.
Ad aggiudicarsi il Grand Jury Prize è stato però Shame and Money, un solidissimo dramma quasi neorealista che ci porta a seguire la faticosa integrazione di una famiglia kosovara, abituata a vivere di bestiame, nella moderna società capitalista.
Di seguito, i premi principali della World Cinema Dramatic Competition:
World Grand Jury Prize: “Shame and Money”
Directing Award: “How to Divorce During the War”
Audience Award: “Hold Onto Me”
Sundance, la fabbrica dei documentari di successo
Sundance è principalmente rinomata per i suoi documentari, prodotto che viene esibito con cura sotto i riflettori più luminosi a loro disposizione. Degli ultimi dieci candidati all’Oscar per il miglior documentario, ben nove hanno avuto la loro anteprima mondiale a Sundance; l’unica eccezione è rappresentata da No Other Land, il vincitore dello scorso anno. Insomma, una vera e propria fabbrica di premi, che plasma e supporta le storie vere più urgenti e affascinanti che arrivano da ogni angolo del pianeta.
Quest’anno si è sicuramente distinto Time and Water di Sara Dosa, regista già nominata nel 2023 agli Oscar per Fire and Love, resoconto poetico e visivamente d’impatto della storia d’amore tra due vulcanologi. La sua nuova capsula del tempo ruota attorno alla scomparsa di un ghiacciaio, il primo dichiarato ufficialmente estinto a causa del cambiamento climatico, pretesto con il quale ha intrapreso un viaggio assieme allo scrittore islandese Andri Snær Magnason, incaricato di scrivere un elogio funebre in onore del freddo compagno caduto. Un vero e proprio viaggio nei ricordi dello scrittore, talmente vivido da far respirare con nostalgia il passato; vi sfido a terminare la visione senza desiderare di essere nati in Islanda.
Le recensioni migliori le ha però conquistate Once Upon a Time in Harlem, che attualmente detiene un punteggio di 94/100 su Metacritic. Il film completa il lavoro iniziato cinquant’anni fa dal leggendario documentarista William Greaves e ci catapulta dentro un party della Harlem Renaissance, movimento culturale afroamericano della New York degli anni ‘20.
Conserva una grande correlazione con la candidatura agli Oscar il premio per il miglior documentario internazionale, quest’anno assegnato dalla giuria della sezione World Cinema Doumentary a To Hold a Mountain. È la storia delle famiglie di pastori che abitano le montagne del Montenegro, più precisamente la storia di una madre e una figlia la cui quotidianità è seguita meticolosamente dalla telecamera senza interferire. Le vediamo lottare per preservare il loro terreno dalla militarizzazione, ma sopratutto condurre un’esistenza affascinante (e faticosa) motivata dal profondo attaccamento verso i loro affetti, che si tratti di legami di sangue o bestiame. Dal mio punto di vista è però il pubblico ad averci visto giusto, assegnando l’audience Award a One in a Million, senza dubbio uno dei lavori più potenti e sfaccettati che sono stati presentati quest’anno. Una coppia di registi, Itab Azzam e Jack MacInnes, incontra per caso in Turchia una ragazzina che vende sigarette per strada, e decidono subito che sarebbe stato un soggetto perfetto per un documentario. Lei li presenta alla sua famiglia di rifugiati siriani, in attesa di imbarcarsi per la Grecia con lo scopo ultimo di ricostruirsi una vita in Germania. Una cosa tra l’altra, ed ecco che i registi partono con loro e finiscono per documentare per dieci anni il loro intero processo di integrazione nella società occidentale. Il risultato è una disamina meticolosa di esilio e rinascita, che racconta le conseguenze della guerra da una prospettiva intima e innovativa, così come il diverso impatto che ha sulle diverse generazioni di una famiglia.
Sul fronte statunitense ha invece trionfato Nuisance Bear, documentario di National Geographic sul delicato equilibrio tra natura e uomo, raccontato attraverso il viaggio di un orso polare solitario.
La gemma nascosta di Sundance 2026
La ciliegina sulla torta è la competizione secondaria denominata NEXT, dove si viene a contatto con le rivelazioni più inaspettate. NEXT è equiparabile a quello che Orizzonti rappresenta nel contesto della Mostra del Cinema di Venezia, ma in una realtà come Sundance già costruita in partenza attorno a progetti indipendenti, i titoli in questa categoria spingono ancora più al limite i motori della creatività. È qui che ritengo si nasconda il vero gioiello del festival, BURN di Makoto Nagahisa. Questo regista giapponese aveva già espugnato Sundance in passato con il suo cortometraggio And so We Put Goldfish in the Pool, e godere in forma di lungometraggio del suo talento registico innato è a tutti gli effetti un privilegio da non dare per scontato. La sua continua ricerca di espedienti per stupire lo spettatore, restando in territori funzionali e coerenti alla narrazione, ricorda molto l’approccio di Park Chan-Wook. In questa odissea disperata che ci sbatte in faccia un trauma dopo l’altro, la società viene dipinta – attraverso uno sguardo adolescenziale – come un luogo di punizione collettiva dove l’oscurità è sempre in agguato. Eppure, nonostante in alcuni momenti calchi eccessivamente la mano, costringendo lo spettatore a dissociarsi per restare sano, riesce a restituire tutte queste emozioni indietro con il suo climax (letteralmente) incendiario. Visibilmente influenzato da Love and Pop di Hideaki Anno, BURN è già una delle visioni più intense dell’anno, e davanti a lui si prospetta un florido percorso festivaliero basato sulla controprogrammazione a titoli più in vista.
Il bilancio finale
Quella del 2026 di qualità, dove la mancata sovrabbondanza di titoli acclamati è compensata da una moltitudine di progetti ricchi di temi e spunti interessanti, che si collocano ben al di sopra della media. Si continua quindi a dare fiducia alla capacità di Sundance di selezionare i migliori film indipendenti relativamente alle loro possibilità, con la speranza che l’entusiasmo per un nuovo inizio porti ulteriore materiale sotto gli occhi dei selezionatori.
Al di là della storicità delle montagne dello Utah, sono in molti i professionisti del settore che hanno parlato delle criticità di Park City. La crescita esponenziale dei costi e gli spazi ridotti hanno costretto molti produttori e distributori a ridurre la loro presenza all’evento, creando un disservizio ai titoli selezionati, che hanno invece un disperato bisogno di supporto. La speranza è che una nuova location incrementi nuovamente la partecipazione, migliorando inoltre la vivibilità degli spazi e, perché no, permettendo di selezionare e valorizzare più film grazie a un migliore assetto delle sale cinematografiche a disposizione.
Ci risentiamo l’anno prossimo, con la speranza di confermare queste sensazioni positive!
Alessio Vinciguerra









