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The Love That Remains

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VOTO: 7

Separati in casa

Ad Hlynur Pálmason capita spesso per impegni lavorativi e familiari di trascorrere del tempo in Danimarca con la moglie e i loro tre figli, ma il suo cinema resta invece saldamente ancorato alla propria terra d’origine. I quattro lungometraggi da lui realizzati sino a questo momento (tra cui il pluridecorato A White, White Day), compreso il più recente dal titolo The Love That Remains (Ástin Sem Eftir Er), che abbiamo avuto modo di vedere e apprezzare alla 26esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce dopo l’anteprima mondiale a Cannes 2025, sono ambientati in Islanda.
È qui che il regista, sceneggiatore e artista visivo di Höfn ci ha portato nuovamente per raccontare un anno nella vita di una famiglia alle prese con la separazione dei genitori. Anna e Magnus infatti non stanno più assieme, ma si sono separati senza drammi e sono molto uniti nel prendersi cura dei loro tre figli. In una landa islandese selvaggia, la famiglia conduce una vita semplice ma tutt’altro che vacua, lei gestendo la fattoria e realizzando opere d’arte visuale, lui lavorando come pescatore d’altura, i ragazzini andando a scuola e scoprendo il mondo. Dalla loro quotidianità, quasi fosse un incrocio tra un documentario e un film alla Mike Leigh, prende forma e sostanza un racconto fatto di intime istantanee, nel quale il conflitto domestico tra i coniugi finisce per essere qualcosa di latente dentro una crisi ormai acclarata. Una crisi domestica, questa, che l’autore mette in scena in maniera minimale, con affetto e delicatezza, privandola di dinamiche eclatante al di là degli eventi della vita quotidiana, che scorre con i suoi inconvenienti o piccoli incidenti.
Ma quando la rotta sembra ormai impostata e destinata a rimanere la stessa sino all’epilogo, ecco che Pálmason piazza la zampata che non ti aspetti, con The Love That Remains che davanti agli occhi dello spettatore cambia improvvisamente pelle. Mantenendo l’impianto tragicomico di cui sopra, il cineasta islandese decide di inserire degli elementi fantastici che spingono il racconto e la sua trasposizione in una direzione completamente diversa. Lampi surreali e onirici irrompono nella timeline, spezzando quel realismo che aveva avuto il sopravvento sino a quello che è a tutti gli effetti un giro di boa: un gallo gigante che entra nella camera da letto di Maggi, un tizio con un giubbotto di salvataggio che galleggia in mare e il manichino infilzato che prende vita e fa visita alla famiglia in piena notte. Aggiungendo questi contrasti, l’autore trova strada facendo un equilibrio completamente nuovo che permette al risultato di riconquistare l’attenzione di quella fetta di pubblico che poteva averla smarrita per disinteresse. E Pálmason è stato intelligente nell’avere capito esattamente dove andare a inserire questo punto di svolta.
Girato in 35mm sulle tracce di una fotografia analogica e incorniciato un 4:3 che al contempo riesce a dare centralità ai personaggi (ben interpretati da Saga Garðarsdóttir e Sverrir Guðnason) e a catturare gli scenari mozzafiato che sono più di uno sfondo. Il tutto accompagnato dalle note della bellissima colonna sonora di Harry Hunt.

Francesco Del Grosso

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