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Cutro, Calabria, Italia

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VOTO: 7

“Pescatori di uomini” e pescatori di cadaveri

Eterogenea a livello di proposte, coraggiosa nello scavare a fondo nelle lacerazioni, nelle ferite ancora aperte e nelle rimozioni cui è andato incontro il Vecchio Continente in età contemporanea, la sezione “Neuropatie. Il cinema e la cura dei traumi del corpo europeo” ha rappresentato per il Premio Sergio Amidei 2025 un interessante momento di riflessione collettiva. E tale confronto, inerente anche al senso civico più o meno forte riscontrabile nel nostro pensiero e nelle nostre azioni, ha conosciuto probabilmente la fase più intensa e acuta nell’incontro del pubblico goriziano con due autori, Andrea Segre e Mimmo Calopresti, parimenti impegnati a documentare la questione così pressante dei fenomeni migratori. Principalmente migrazioni di terra sulle rotte balcaniche nel caso di Trieste è bella di notte, realizzato per l’appunto da Andrea Segre, Matteo Calore e Stefano Collizzoli; autentiche tragedie in mare, per Mimmo Calopresti e il suo dolente Cutro, Calabria, Italia.
Due film per certi versi complementari. Ma se nel primo lavoro da noi menzionato, al di là delle lodevoli, nobilissime intenzioni, l’impianto formale fin troppo ruvido e asciutto ci è parso di ostacolo a una fruizione realmente empatica dell’opera, proprio la forma associata ai drammatici eventi narrati ci ha reso oltremodo partecipi di quanto Calopresti ha voluto testimoniare; ovvero la ben nota tragedia avvenuta il 26 febbraio 2023 presso Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, quando un caicco di provenienza turca naufragò non lontano dalla costa col suo carico di migranti, tra cui donne, bambini, famiglie intere. Tantissime le vittime accertate e i dispersi in mare.

Proprio nel cinema documentario ancor più che nel cinema di finzione (dove pure il suo amore per il popolo calabrese e per le sue sofferenze esce fuori prepotentemente, vedi soprattutto il recente lungometraggio Aspromonte – La terra degli ultimi), l’approccio di Calopresti alle storie narrate è sempre connotato da un ormai riconoscibile afflato umanista. Una pietas che il regista non ha remore ad evidenziare anche attraverso la sua presenza nell’inquadratura, allorché si ritrova a dialogare nelle interviste coi testimoni diretti della tragedia o con altre parti in causa, dichiarando senza troppi fronzoli il suo sconcerto per le circostanze inaccettabili in cui certi episodi hanno luogo.
Ma è anche nell’individuare un sostrato mitopoietico di grande pregnanza che il suo cinema acquista spessore. Se difatti nelle scene iniziali sono pescatori del luogo a rievocare, con evidente disagio, il ritrovamento dei primi corpi sulla spiaggia, lancinante diventa il riferimento ai biblici, soterici “pescatori di uomini”, esplicitato attraverso un celebre spezzone del capolavoro di Pasolini, Il vangelo secondo Matteo. Le problematiche dell’essere umano così fendono i secoli e acquistano una dimensione spirituale più profonda, ampia, feconda.

Non è soltanto però tale accostamento a far levitare l’appeal emotivo del documentario. Elaborazione di un lutto sia privato che collettivo, Cutro, Calabria, Italia centra davvero il bersaglio allorché l’autore restituisce dignità alle vittime, sostituendo a quelli che per molti erano solamente numeri (come evidenziato, purtroppo, da diverse bare con cifre e sigle anonime a rappresentare i cadaveri non riconosciuti e non reclamati) determinati volti, racconti, trascorsi biografici che talora possono essere anche sorprendenti, come nel caso della giovane campionessa pakistana di cricket avventuratasi comunque su uno dei “barconi della speranza”, nella speranza di trovare in Europa le cure per la figlia malata. La stessa politica fa qui capolino. Senza retorica (tranne, forse, quando con un po’ di faciloneria si fa riferimento ad eventuali, diffusi “sensi di colpa”, che dovrebbero semmai riguardare chi ha reale potere decisionale, non quel popolo minuto che ormai in Italia fa fatica anche a sbancare il lunario) vengono infatti introdotte le delicatissime questioni esistenziali di chi fugge non tanto dalla povertà, ma da paesi dove una vita normale è diventata di fatto impossibile. Vedi l’Afghanistan ferocemente tiranneggiato dai Talebani. Da qui occorrerebbe ripartire per ragionare non soltanto su come evitare in futuro tragedie simili in mare o altrove, ma anche su come sottrarre un mondo ormai globalizzato a quelle diseguaglianze economiche e sociali che lo abbrutiscono ogni giorno di più.

Stefano Coccia

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