Fa’ il rapimento giusto
Spike Lee torna a confrontarsi con il remake, ancora una volta partendo da un film orientale. Dopo Old Boy, ispirato all’omonimo film di Park Chan-wook, il regista afroamericano rilegge un altro classico, Anatomia di un rapimento (1963) di Akira Kurosawa, trasformandolo in Highest 2 Lowest, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025. Il progetto parte dal romanzo Due colpi in uno (King’s Ransom, 1959) di Ed McBain, già fonte del film giapponese, e si configura da subito come una risposta al titolo internazionale dell’originale, High and Low (in giapponese Tengoku to Jigoku, “Paradiso e Inferno”). Questa operazione si inserisce in una lunga tradizione di scambi tra cinema e letteratura, tra Kurosawa e Occidente, come avvenuto in passato con Piombo e sangue di Dashiell Hammett, da cui presero ispirazione sia Kurosawa con La sfida del samurai sia i fratelli Coen con Blood Simple; oppure nel passaggio tra I sette samurai e I magnifici sette, o ancora nei celebri rimandi, anche legali, tra Per un pugno di dollari e La sfida del samurai. Kurosawa stesso era un autore dal respiro universale, capace di attingere da Shakespeare, Gorky o Dostoevskij, e di offrire materiale a sua volta cui attingere. Nel Giappone in piena rinascita economica degli anni Sessanta, raccontato da Kurosawa, i bambini giocano ai cowboy, a dimostrazione di quanto i miti americani si fossero già radicati. In Highest 2 Lowest, il tributo a Kurosawa è rafforzato dalla presenza della Kurosawa Production, oggi in mani cinesi, che partecipa alla produzione del film.
L’edificio più alto dell’elegante casa con vetrata del magnate delle calzature Kingo Gondo è un grattacielo avveniristico di Manhattan, con la scritta “Welcome” in bella vista, secondo la moda trumpiana per cui ogni tycoon deve avere la sua tower personale. L’equivalente americano di Gondo è David King, un potente produttore musicale interpretato da Denzel Washington, che torna a collaborare con Spike Lee dopo diciannove anni, per la quinta volta. Un attore che sta quindi a Spike Lee come il suo corrispettivo nel film originale, Toshiro Mifune, sta a Kurosawa. L’appartamento di King è un mix tra galleria d’arte e santuario del proprio ego: quadri, vinili in quantità, copertine incorniciate di riviste che lo ritraggono in copertina, ritratti familiari come in una dinastia araldica. A completare l’ambiente, una scala a chiocciola da film noir o melodramma. La moglie, come da cliché di donna inutile di un magnate, è impegnata in opere filantropiche per sostenere giovani artisti afroamericani. Il cuore narrativo riprende fedelmente quello del film originale: il figlio dell’autista viene rapito al posto del figlio del protagonista, e King si ritrova a dover scegliere se pagare un riscatto molto alto per salvare un bambino che non è suo. Spike Lee traspone il dilemma morale da un Giappone postbellico in rapido sviluppo a una realtà black americana altrettanto emergente e di successo, che ha fatto un grande balzo sociale, con grande difficoltà, nel paese di Fa’ la cosa giusta. Una realtà sociale in cui confluisce ancora il senso umanistico della poetica di Kurosawa. King, capitalista buono e positivista deciderà infine di pagare il riscatto, con l’aiuto della polizia in un’operazione tesa a catturare il rapitore. Lee ripropone anche l’iconica scena del treno con la valigetta con il malloppo, rendendola più spettacolare e inserendola in mezzo a manifestazioni portoricane. Ma qui la logica narrativa scricchiola: come fa il rapitore a trovarsi esattamente dove cadrà lo zaino col denaro?
Abbandonato ormai il cinema sporco degli esordi, Spike Lee costruisce con Highest 2 Lowest un racconto su un’America antitrumpiana, multietnica obbligata, dove convivono afroamericani ricchi e artisti – come anche il rapper –, musulmani neri, comunità latine, inseriti a vari livelli del tessuto sociale. Tutto questo passando per i miti americani, sportivi e musicali, per la valorizzazione architettonica verticale della grande mela, capitale culturale del paese, come una volta faceva Woody Allen. Grattacieli slanciati e illuminati, ponti maestosi, luci notturne. Snodandosi su una topografia già dei suoi precedenti film, partendo da quella Wall Street già protagonista di Inside Man. Edifici, monumenti che sorvola, squadra, delinea plasticamente con le sue inquadrature proprio come il mucchio squadrato di mazzette di banconote. Citati Steve Wonder e James Brown, miti di King cui si rivolge idealmente per chiedere consiglio; citato ancora una volta, dopo Fa’ la cosa giusta, il grande cestista Larry Bird, campione bianco della cultura wasp bostoniana, celtica, mentre il finale vede contrapposizioni tra i tifosi degli Yankees contro quelli della più aristocratica ed europea Boston, metafora di un’America ancora divisa, raccontata dall’alto, come i suoi grattacieli.
Giampiero Raganelli









