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Breath

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VOTO: 7,5

Quando il respiro del mare si fa affannoso

Non è la prima volta che qualche rappresentante di Sea Shepherd, organizzazione senza scopo di lucro che si occupa – anche con azioni dirette in mare – della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini, si palesa in sala per introdurre film fatti uscire al cinema da Mescalito, distribuzione da sempre attenta alle tematiche ecologiche e naturalistiche. Ricordiamo ad esempio un altro vibrante documentario come Watson – Il pirata che salva gli oceani, in cui Sea Shepherd era ancor più parte in causa. Ma abbiamo ritrovato una rappresentante della sua appassionata e agguerrita sezione italiana anche lunedì 5 maggio, al Cinema Barberini di Roma, col compito di inquadrare meglio il nuovo documentario distribuito da Mescalito Film, Breath di Ilaria Congiu, uscito peraltro nelle sale italiane con la media partnership di MYMOVIES e il patrocinio di LEGAMBIENTE, EXTINCTION REBELLION e MAREVIVO.
Abbiamo potuto pertanto familiarizzare con tale film nella cornice giusta, cornice impregnata di un afflato ambientalista vissuto senza retorica e con grande partecipazione emotiva.

Diretto e accattivante è anche lo stile adottato da Ilaria Congiu, il cui documentario parte “in soggettiva”, raccontando cioè il profondo legame della propria famiglia col mare, per allargare poi progressivamente l’obbiettivo e introdurre alcune delle più gravi minacce ambientali, causate perlopiù dall’ingordigia umana, che mettono oggi a rischio la vita negli oceani. Dal terrificante accumulo di sostanze plastiche (che finiscono poi attraverso il pescato anche nel nostro organismo) fino alle conseguenze disastrose della pesca a strascico e di altre pratiche legate alla pesca industriale, così impattante sulla biodiversità e sugli equilibri stessi dell’ambiente marino.
Facendo un piccolo passo indietro, tra le prime figure che Ilaria Congiu introduce sullo schermo vi è proprio il padre, rimasto in Senegal – dove lei stessa è nata, per tornare poi in Italia più avanti assieme al resto della famiglia – dove da anni dirige un’azienda di esportazione di pesce congelato che si fonda però su un concetto di pesca sostenibile, in quanto portata avanti da locali sulle caratteristiche piroghe spiaggiate di fronte a Dakar, la capitale.
Sebbene anche lì gli scompensi della globalizzazione stiano finendo per impoverire il mare, a causa della precaria situazione economica che spinge il governo senegalese a stringere accordi vantaggiosi soprattutto per quelle aziende ittiche straniere e multinazionali del settore, che hanno molti meno scrupoli nello sfruttamento delle aree di pesca.

Per inciso, il dialogo tra Ilaria e il padre è uno dei più bei dialoghi padre-figlia cui abbiamo assistito di recente sullo schermo. Così franco, aperto, non contaminato da veti ideologici, dà inoltre il là a molti dei temi sviluppati poi nel film attraverso altre figure legate al mare e in scenari differenti che vanno dalla Tunisia alle coste calabresi o siciliane e persino a una spedizione italiana in Antartide, cui accenna uno degli intervistati.
L’allarme per lo stato di salute delle distese marine (che lo spettatore più sensibile vive ovviamente con un nodo alla gola) fa rima poi con una certa profondità storica, allorché per documentare i cambiamenti introdotti nella pesca di specie pregiate (altrove definite “bistecche del mare”, cui per varie ragioni sarebbe preferibile sostituire nella dieta quel pesce povero, la cui cattura va a incidere meno sugli equilibri ambientali) vengono utilizzate immagini di un celebre documentario di Vittorio De Seta, Lu tempu di lu pisci spata (1954), in cui per le battute indirizzate specificamente alla cattura del pesce spada nello Stretto di Sicilia si vedono all’opera i mitici “luntri”, imbarcazioni a remi della pesca tradizionale.
Ma questo è solo uno degli argomenti trattati in un documentario come Breath, così ricco, armonico, arioso, anche quando deve spingere il pubblico a maturare una coscienza più elevata rispetto alle scelte politiche ed economiche sbagliate che stanno mettendo in pericolo i nostri mari; di conseguenza anche la nostra presenza sulla Terra, che vi è collegata in modo molto più stretto di quanto certi politici e imprenditori, tanto avidi quanto rozzi e privi di umanità, sembrano percepire.

Stefano Coccia

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