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Like a Rolling Stone

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VOTO: 9

Non è mai tardi per rinascere

In concorso alla 27ma edizione del Far East Film Festival, Like a Rolling Stone della poetessa, sceneggiatrice e regista Yun Lichuan racconta la storia vera della “zietta viaggiatrice” Su Min (che nel film si chiama Li Hong), che superata la soglia dei 50 anni ha scelto di cominciare finalmente a vivere.

Una vita di soprusi non riconosciuti per il suo essere donna in un sistema profondamente patriarcale sfociano in una ribellione prima silente poi strabordante come un fiume in piena: le ambizioni universitarie tarpate dal padre in favore di un fratello che, ormai adulto, sfrutterà senza pudore il lavoro della sorella senza giusto corrispettivo, un marito gretto e frustrante che la umilia continuamente, senza riconoscere, addirittura negando, il duro lavoro ed i sacrifici di Hong per la famiglia, sino alla figlia che, pur appoggiando la madre e riconoscendo il suo diritto alla propria vita, sfrutta la sua bontà ed i suoi sensi di colpa spingendola a rinunciare ai suoi desideri per avere quell’aiuto che le permetta di essere moglie, madre e donna in carriera. E così vediamo Hong spegnersi progressivamente, rinunciando ripetutamente all’annuale riunione di classe con le vecchie amiche, procrastinando la sua vita giorno dopo giorno, ponendosi un punto di svolta personale che si sposta sempre più in là: dagli studi conclusi della figlia e la sua carriera lavorativa alla nascita del primo nipote, dalla necessità di crescerlo fino al primo giorno di asilo, in un vortice senza fine di pretese altrui che portano Hong sul baratro di una infelicità incompresa, trattata finanche dagli specialisti come semplice depressione, curando i sintomi con le pasticche senza scalfirne però la causa reale.

La depressione diagnosticata le permetterà tuttavia di accendere un lumicino nella sua vita: il sostegno della figlia e del cognato le daranno modo, a 50 anni, di prendere la patente ed avere una propria auto, ma ancora le rinunce sono dietro l’angolo, fino al momento in cui ‘il troppo è troppo’. A 56 anni, in piena pandemia, Li Hong prende la sua macchina, la tenda e l’occorrente per il campeggio stipati da anni in ripostiglio e sceglie di seguire il suo sogno: viaggiare.

Nella vita reale, Su Min è in viaggio dal 2020, ha visitato almeno 400 città in più di 20 province cinesi, postando video durante il viaggio in cui parla non solo del suo stato d’animo e dei luoghi che visita ma anche della situazione delle donne strette nel sistema patriarcale cinese, grazie ai quali ha raggiunto e conquistato cinque milioni di followers. Tra questi, la famosa attrice Yong Mei, che ha avuto l’idea di trasporre la sua storia in un film, proponendolo alla sceneggiatrice A Mei ed alla regista Yin Lichuan. Vita vera e romanzata si fondono in un’opera che parte in sordina, come un classico dramma al femminile, con la giovane Li Hong che si confronta con le amiche di sempre e sogna di studiare, trovare un buon lavoro e vedere posti nuovi, ma acquisisce via via profondità e spessore nell’interpretazione intensa di Yong Mei, che dona un’anima al personaggio di Hong suscitando empatia nel pubblico, che sta male per lei e la spinge silenziosamente a ribellarsi. di fronte alle umiliazioni del marito Dayong (Jiang Wu) e alle richieste egoistiche della figlia Xiaoxue (Wu Qian).

In Like a Rolling Stone vediamo tre generazioni di donne a confronto: tra la madre di Hong, cresciuta nel pieno del sistema patriarcale, che sopporta i soprusi maschili con rassegnazione, e la figlia Xiaoxue, che esige un rapporto paritario tra i sessi, c’è la generazione di mezzo, quella di Hong, che cerca di adeguarsi al vecchio ma è incline al nuovo. Nonostante gli enormi cambiamenti avvenuti nella società cinese contemporanea, la cultura patriarcale ancora resiste nella generazione di passaggio ma non solo; Sun Mi con la sua storia è da esempio a molte giovani donne, spingendo la società verso la liberazione delle donne dai pregiudizi sociali e familiari, e ben vengano opere come quella di Yin Lichuan, che trattano il tema con profondità e delicatezza e con una mano registica impeccabile.

Michela Aloisi

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