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(Y)our Mother

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VOTO: 7

Come le dita di una mano

Nella ricca e variegata selezione dei quattordici titoli in concorso nella sezione “Meridiana” della 16esima edizione del Bif&st il comitato di selezione ha voluto dare spazio anche al cinema del reale. La scelta è caduta su (Y)our Mother (Les Miennes), il primo lungometraggio documentario di Samira El Mouzghibati presentato nella competizione della kermesse pugliese dopo diverse tappe nel circuito festivaliero, tra cui quella a Visions du Réel 2024, laddove si è aggiudicato il FIPRESCI Award.
La cineasta belga-marocchina attinge al proprio vissuto per dipingere sulla tela un ritratto di famiglia dedicato alle donne della sua vita. Più giovane di cinque sorelle, l’autrice decide di riunire davanti la macchina da presa i propri affetti per un incontro eccezionale, con la speranza di aiutarsi a vicenda senza dover passare attraverso uno psicologo o un Imam. La Settima Arte si tramuta così in potente strumento di analisi, individuale e collettiva, per scavare al di sotto della superficie del non detto. Tuttavia, sua madre rimane in silenzio, incapace di aprirsi. È solo quando Samira arriva nel suo villaggio natale che la madre rivela i suoi segreti più nascosti, i suoi rimpianti e la forza che ha dovuto trovare per andare avanti. È in quel momento che emerge il profondo legame che unisce madre e figlia, segnato da un amore contrastato e da un rifiuto che ha segnato il loro cammino. Consapevole dell’eredità oscura che le sue sorelle portano con sé, legata a un tragico incidente che è stato tenuto nascosto, queste hanno formato un clan stretto e solido, che ha escluso la figura materna, come se non fosse più parte della famiglia. E ora, Samira è pronta a farle ascoltare la sua voce per la prima volta, rivelando le verità che erano rimaste sepolte per troppo tempo.
Prende così forma un diario intimo e personale che è al contempo un viaggio nei ricordi da una parte e fisico dall’altro, in cui uno si riversa nell’altro per comporre tra passato e presente un film sulla riconciliazione di una famiglia. La El Mouzghibati ne scrive le pagine con la cinepresa e lo fa in punta di matita, colorando il tutto con lievi pennellate. Mescolando in maniera efficace home movies e riprese inedite realizzate in quel Bruxelles, dove si sono trasferiti, e la regione del Rif in Marocco, dove sorgono i villaggi d’origine dei genitori, (Y)our Mother si compone un tassello alla volta restituendo sullo schermo la duplice mission dell’opera e le intenzioni dell’autrice: l’interrogarsi sul legame materno e la scoperta a 360° delle proprie origini. Ed è su questo duplice binario che scorre parallelamente per poi intersecarsi il racconto di un film nel quale lo spettatore, anche se non coinvolto in prima persona, può rispecchiarsi in dinamiche e situazioni analoghe. L’universalità delle tematiche trattate avvicinano di fatto il fruitore a qualcosa che solo sulla carta e in partenza potrebbe non riguardarlo, poiché appartenente a un’esistenza altra. Ma a un certo punto quel muro iniziale viene abbattuto e colui che guarda viene chiamato a partecipare attivamente ed emotivamente alla narrazione. Sta in questa capacità di tirare dentro lo spettatore e non lasciarlo sulla soglia della porta a spiare dal buco della serratura la vita degli altri, senza però violarne la privacy, la forza del documentario della El Mouzghibati.
La mente in tal senso non può non tornare a quel piccolo gioiellino che è Stories We Tell di Sarah Polley, in cui l’attrice e regista canadese interrogava parenti e conoscenti sulla vita della madre. Costei, Diane Polley, è stata a sua volta un’attrice famosa morta per un tumore nel 1990. Lì il punto di partenza era un’autobiografia sotto forma di romanzo che il padre Michael aveva scritto e che gli vene chiesto di registrare in studio, mentre in (Y)our Mother l’innesco non c’è, con il tutto che si compone pezzo dopo pezzo tra immagini di ieri e di oggi. Forse l’eccessiva durata, superiore in termine di minutaggio rispetto alle reali esigenze drammaturgiche, è insieme al ritmo in certi momenti troppo blando, il tallone d’Achille di un film altrimenti capace di trasmettere un flusso continuo e cangiante di emozioni vere e intense.

Francesco Del Grosso

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