Una specie di poeta maledetto
Nel percorso di avvicinamento all’uscita nelle sale fissata dalla Lucky Red il 10 aprile 2025, per La casa degli sguardi c’è stato spazio per alcune tappe nel circuito festivaliero che hanno portato la pellicola di e con Luca Zingaretti sugli schermi della Festa del Cinema di Roma prima e del Bif&st poi. Due appuntamenti che hanno dato ulteriori opportunità di visibilità a un film che segna il debutto dell’attore capitolino alla regia di un lungometraggio, dopo le precedenti esperienze dietro la macchina da presa al timone degli ultimi episodi de Il commissario Montalbano e del documentario Gulu.
Per la sua opera prima, Zingaretti si è liberamente ispirato al libro omonimo di Daniele Mencarelli, facendosi aiutare nel processo di adattamento e riscrittura da Gloria Malatesta e Stefano Rulli. Da qui ha preso forma e sostanza narrativa la storia di a storia di Marco (Gianmarco Franchini), un ventenne alla ricerca di un “posto nel mondo”. La sua vita è costellata da drammi, a partire dalla perdita della madre, che lo portano a far uso, anzi “abuso”, di droghe ed in particolare di alcool, che usa come “anestetico” per i mali della vita. Accanto a lui ha un padre, interpretato dallo stesso Luca Zingaretti, che non riesce a frenare le irrequietezze del figlio. L’unica via sembra il lavoro, per questo va a lavorare nella cooperativa di pulizie dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma. Questa cosa lo segnerà ancora di più e dovrà affrontare altri lutti e peripezie.
Chi ha avuto modo di leggere il romanzo avrà subito notato le differenze rispetto al film, a cominciare da alcuni personaggi che sono stati rimpolpati (il padre, che pure conserva una posizione defilata; il collega Giovanni). Cambiamenti sono stati apportati anche nel tracciato narrativo con variazioni e certi episodi che sono nuovi o modificati, così come a cambiare è la composizione del nucleo familiare ridotta a sole due unità, ossia il padre e il figlio, epurando dunque le figure del fratello, della sorella e dei relativi congiunti. La modifica più evidente riguarda però la madre del protagonista, che se nella matrice originale era viva e vegeta nel film invece è defunta. Una modifica, questa, sostanziale e funzionale che mira a motivare con un convenzionale trauma pregresso il disagio vissuto dal protagonista. Si tratta di una variazione che si allinea anche a un generale progetto di semplificazione e normalizzazione narrativa, che ha visto gli autori dello script fare a meno della narrazione in prima persona e del tono, che si fa meno aspro e brutale.
La casa degli sguardi rimodulata, decostruita e riconfigurata da Zingaretti, è quindi una pellicola più lineare, addomesticata e meno furente che al dramma familiare ad ampio spettro preferisce quello esistenziale e il romanzo di (de)formazione che segue il percorso tortuoso di ritorno alla vita di un giovane uomo alle prese con l’elaborazione di un lutto e la risalita dall’inferno delle dipendenze. Ne viene fuori un film che parla del dolore, ma non in termini negativi, ma come ingrediente necessario per la felicità, perché dolore e gioia secondo l’autore sono fatti della stessa materia. Anche per questo la riscrittura tende a stemperare con note dolci amare e uno humour sottile la tragedia di fondo. Ed è da qui che emergono tematiche universali come la poesia (Marco è una specie di Bukowski nostrano), la bellezza, la capacità salvifica, il rapporto tra genitori e figli, l’amore e l’amicizia che possono farti ritrovare la strada di casa. Il tutto si trasforma nella materia prima emozionale e nel cuore pulsante di un’opera che accarezza, scalda e al contempo schiaffeggia le corde del cuore. Questo anche grazie alle performance di un gruppo di attori davvero ben orchestrato da uno Zingaretti che non rinuncia a farne parte, nel quale spicca un convincente Gianmarco Franchini nei panni di un Marco.
Francesco Del Grosso









