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Yunan

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VOTO: 7

Ritrovarsi

Cosa significa perdere il contatto con sé stessi, con la propria storia, con le proprie radici? In che modo il nostro fisico può rispondere a un forte stress emotivo, quando sentiamo di non poter più controllare alcune situazioni nella nostra vita? Munir (impersonato da Georges Khabbaz) ne sa qualcosa in merito. Lui, dunque, è il protagonista del lungometraggio Yunan, diretto da Ameer Fakher Eldin e presentato in anteprima mondiale in concorso alla 75° edizione del Festival di Berlino.

Munir, dunque, è un uomo di mezza età che vive da diversi anni ad Amburgo e che da qualche tempo fa fatica a respirare, al punto di doversi accertare di non avere problemi di salute. Nel momento in cui, però, gli viene detto che egli è perfettamente sano e che il suo malessere è probabilmente dovuto allo stress, egli decide di prendersi qualche giorno per sé. Giungerà, così, dopo un lungo viaggio, in una remota isola a nord della Germania, dove troverà alloggio presso una locanda gestita dall’anziana Valeska (la grande Hanna Schygulla) e dallo scontroso figlio di lei Karl (Tom Wlaschiha). Dopo alcune divergenze iniziali, però, ecco che tra Munir e Valeska si instaurerà un rapporto di stima e affetto reciproco. Riuscirà il protagonista a ritrovare la serenità perduta?
Munir, dunque, non vede la sua famiglia da diverso tempo, sebbene sia costantemente in contatto con sua sorella e con sua madre, ormai affetta da demenza senile e che, pertanto, spesso non si ricorda più di lui. Eppure, nonostante ciò, l’uomo continua a ripensare a una vecchia storia che la mamma era solita raccontargli, la storia di un pastore che viveva in una terra desolata insieme a sua moglie, ma che non poteva né parlare, né sentire. Come si fa a riprendere contatto con sé stessi, ricominciando finalmente a vivere?
E così, portando in parallelo le due storie e mostrandoci in un sapiente montaggio alternato le storie dei due protagonisti – Munir, appunto, e il pastore – Yunan si rivela immediatamente una grande metafora riguardante le conseguenze dell’esilio, della lontananza dalle proprie radici, ma anche la memoria e la caducità della nostra stessa esistenza sulla terra. A fare da ulteriori, grandi protagonisti: ampi spazi aperti (ora l’isola in cui si trova Munir, ora le vaste terre abitate dal pastore, il tutto particolarmente valorizzato da campi lunghi che talvolta sembrano quasi a trasmettere uno strano senso di agorafobia), silenti osservatori di ciò che accade, ma anche enormi culle atte ad accogliere chiunque passi dalle loro parti.

A tal fine, dunque, particolarmente giusta si è rivelata la scelta da parte del regista di adottare in questo suo Yunan una messa in scena fortemente contemplativa, lasciando che i silenzi abbiano spesso la meglio sulle parole e lasciando le immagini semplicemente parlare da sé. E anche se, talvolta, sono presenti all’interno della messa in scena alcune lungaggini di troppo, bisogna comunque riconoscere al presente lungometraggio una grande potenza visiva e comunicativa, oltre a un significato profondo e mai banale, che attraverso la storia di un singolo racconta emozioni e sensazioni che chiunque, in un modo o nell’altro, prima o poi può sperimentare nella vita.

Marina Pavido

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