Il selvaggio West… vicino Tolfa
La rassegna “Solo di martedì”, organizzata presso il cinema Greenwich di Roma, continua a essere foriera di liete scoperte. Pochi mesi fa ci aveva permesso di confrontarci col bel documentario sulla maternità di Claudia Brignone, Tempo d’attesa. Martedì 28 gennaio è stato invece il turno di Cose che accadono sulla terra.
Documentario o western? Il dubbio può venire, durante la visione, perché il film è stato girato non lontano dalla capitale, sui monti della Tolfa, ma certe inquadrature sembrano persino riecheggiare gli stilemi delle pellicole ambientate nel selvaggio West. Con rancheri a cavallo e mandrie di buoi da portare a destinazione.
Il singolare documentario è stato presentato in sala dall’autore Michele Cinque e dal collega Carlo Hintermann, poliedrico cineasta che nella circostanza non si è limitato a esporre il proprio rapporto – maturato principalmente in fase di post-produzione – con la realizzazione di tale opera, ma ha sciorinato anche sapidi aneddoti sui legami della propria famiglia con quella specifica parte del Lazio, che hanno saputo catturare l’attenzione del pubblico.
Tornando a Cose che accadono sulla terra, come è giusto che sia, l’appassionato (e appassionante) lavoro di Michele Cinque documenta la complessa, talvolta dura quotidianità di una moderna famiglia di cowboy nostrani, che per allevare il proprio bestiame ha scelto metodi in sintonia con la ricerca, in tempi di costante allarme climatico, di un rapporto più corretto e armonico tra Uomo e Natura: il cosiddetto “pascolo rigenerativo”, in primis.
Ciò costa comunque non pochi sacrifici e preoccupazioni di ordine economico, alla coppia formata dagli indomiti Giulio e Francesca. Ma lo stile di vita che nel loro ranch propongono costituisce anche, da un punto di vista etico e pedagogico, un modello a dir poco eccezionale per i figlioletti, Brando di tredici anni e Brianna di appena sei.
In Cose che accadono sulla terra la solo apparente semplicità della narrazione è quindi un gioco di incastri, di piani diegetici correlati tra loro che permettono a ciascuna delle personalità coinvolte di veder evidenziata la propria dimensione esistenziale. La maturazione della piccola Brianna viene accompagnata nel film da racconti leggendari sui lupi (antagonisti fieri, silenti e letali di questa e di altre storie della Tuscia contemporanea: oltre ai protagonisti, che vedono periodicamente decimare le proprie mandrie, ne sanno qualcosa anche gli allevatori di Alpaca vicino Tarquinia, da cui abbiamo ascoltato personalmente i dettagli di recenti razzie). Di Brando scopriamo invece l’aurorale passione per il Rugby, destinata probabilmente ad allontanarlo dalla vita di sacrifici nel ranch. Dal canto suo il background famigliare di Giulio, che ci riporta addirittura alla vecchia consuetudine della transumanza dalle montagne dell’Abruzzo alla costa tirrenica, appare in sintonia con la totale dedizione all’allevamento da lui dimostrata. Mentre del carattere così fiero, tosto, della sua compagna di vita Francesca è indice la stessa reazione da lei avuta a una rovinosa caduta da cavallo, che per una di quelle incredibili “sincronie” del mezzo cinematografico il regista è riuscito pure a documentare.
Le ultime parole vogliamo dedicarle proprio a una regia particolarmente attenta, partecipe, empatica, portatrice di un Epos autentico nelle scene girate nella Natura, più riflessiva in altri momenti, della quale abbiamo inoltre apprezzato le stupefacenti immagini catturate con la fotocamera notturna di quegli animali, che, quando cala l’oscurità, percorrono cauti i sentieri tra Tolfa e Civitavecchia: volpi, istrici, cinghiali, cavalli selvatici e, per l’appunto, lupi.
Stefano Coccia









