Un oceano di inquietudini
La prima giornata del Fantafestival 2023, conclusasi con la proiezione dell’ottimo Huesera, aveva regalato anche un imperdibile momento “lovecraftiano”. Abbinati al Nuovo Cinema Aquila grazie a una felice intuizione, presentati dai rispettivi autori assieme al direttore artistico Simone Starace e al critico Giacomo Calzoni, sono stati infatti proiettati il lungo Cieco sordo muto di Lorenzo Lepori e il più breve Ancient Lore del cineasta tedesco Patrick Müller. Due approcci alla poetica del “Solitario di Providence” diversissimi tra loro. Ma in qualche modo complementari. E comunque rivelatori di come ci si possa ancora accostare, attraverso il mezzo cinematografico, al Genio oscuro di Lovecraft, riuscendo se intimamente connessi ad ammaliare e a turbare nel profondo lo spettatore.
Venendo proprio all’opera, raffinatissima sul piano compositivo, del vulcanico regista tedesco, c’è da dire che al pari del pubblico italiano avevamo avuto un’altra occasione, in tempi recenti, di confrontarci coi corti di Patrick Müller: per la precisione col suo Into the Realm of the Night, proiettato mesi fa sempre a Roma nel corso di Indiecinema Film Festival seconda edizione. Trova conferma nei suoi lavori una naturale predisposizione per il taglio sperimentale, per un lavoro certosino sulle riprese, sul montaggio e sul suono, per la capacità stessa di condensare in ogni singola inquadratura la dimensione fluida e cangiante della visione. Fluida e cangiante, l’immagine, come quegli specchi d’acqua da cui lo sguardo finisce per essere inesorabilmente attratto. Non ci sembra certo un caso che Ancient Lore (“Antico retaggio“) si ispiri a un testo intitolato Oceanus.
Non è la prima volta, peraltro, che Patrick Müller trae spunto dalle opere di Lovecraft, qui ad affermarsi come una nenia triste è proprio il ritmico incedere delle variegate scene marine, alternate ad altri elementi dotati di un fascino primigenio, antico; come i bassorilievi e le mostruose figure tipo Gargoyle, scovati sulle pareti e sulle guglie di qualche architettura gotica. Ad aumentare l’effetto straniante i bagliori, i riflessi catturati sulla superficie dell’acqua, il monotono andirivieni della risacca, gli altri ieratici dettagli di un mondo inanimato che pare però nascondere oscure presenze, terribili segreti. Mentre poi l’impronta tenebrosa e misterica della scrittura di Lovecraft viene sussurrata sulla pellicola (termine che torna qui ad essere decisamente appropriato, essendo girato il corto in 16 mm) da una voce profonda, inquieta, a sovrapporsi ad essa è il timbro così forte, evocativo, delle musiche di Carlos Ebelhäuser: si spandono esse nell’aria, tetre, riempiendo ulteriormente la platea di sinistre, spettrali suggestioni.
Fino a quell’epilogo forse inatteso, col passaggio dall’elemento acquatico a uno decisamente più terrigno, desertico, per quanto sempre ipnotico e allucinato: l’inquadratura da lontano di una Monument Valley mai così incombente. L’effetto di per sé è notevole, qualcuno potrebbe avvertire però la tentazione di ritenerla un po’ inconguente, rispetto al resto; se non fosse che Patrick Müller, la cui cultura dell’immagine e della ricerca traspare in ogni lavoro, è stato lesto a spiegare nel Q&A con il pubblico che tale scelta deriva da uno studio sul cinema di John Ford, la cui lettura gli ha fatto scoprire il valore sacro che i Nativi americani attribuivano all’imponente sagoma della Monument Valley. Ancora una conturbante epifania che ammicca ad ataviche, soprannaturali presenze, quindi, al termine del lisergico Ancient Lore.
Stefano Coccia









