Soffocando
Un cortometraggio, in genere, fa affidamento su un’idea forte, da sviscerare nei minimi particolari per tutta la sua breve durata. Può esistere però una seconda opzione, quella di riuscire a creare un’atmosfera riproducendo con esattezza uno stato d’animo, magari generalizzato. 4:9 di Andrea Crisanti appartiene a questa seconda categoria e va dunque elogiato per il coraggio di mettere in scena un lavoro del tutto avulso da una qualsivoglia dinamica narrativa.
Indicativo sin dal titolo, nel denotare un simbolico formato di visione ma soprattutto il disagio esistenziale di un protagonista senza nome e quasi “prigioniero” della sua afasia, 4:9 fissa nell’obiettivo della videocamera brandelli di esistenza di un giovane come tanti. Probabilmente come troppi, in questo nostro sventurato paese dove essi rappresentano, politicamente e sociologicamente, l’ultimo dei pensieri. Il giovane, ben interpretato da Gabriele Pestilli, è smarrito. S’intuisce che non ha un obiettivo immediato nella vita. Forse fa parte di quella massa nascosta che non produce, non consuma e perciò non fa statistica. Un sommerso. Il dedicargli il proscenio, praticamente in solitaria, è già un gesto simbolicamente significativo, dato che è il tipo di personaggio/persona incapace di catturare un interesse “culturale”. Lo vediamo, in ambito casalingo, raccogliere un mozzicone di sigaretta non del tutto consumato dal portacenere, accenderlo per poi iniziare a masturbarsi. Così, tanto per passare il tempo più che per autentica necessità di godimento fisico. Una noia assoluta, di estrazione “moraviana” incombe su tutto. Crisanti riesce a farci empatizzare con lo sbandamento provato dal suo personaggio, troppo vicino a molteplici tipologie di realtà per poter essere considerato fittizio. Indossa il casco ed esce. Un giorno piovoso, riflesso del suo stato d’animo. Finché nota un pallone da calcio abbandonato per strada e s’illumina. Probabilmente l’unica via di fuga emotiva è un ritorno ad un’infanzia priva di pensieri negativi. Correndo a perdifiato lungo un prato adiacente, inseguito da un’assai efficace camera a mano, insegue la sua personalissima ricerca del tempo perduto, di proustiana memoria. Qualche attimo di pura gioia per lui e di grande intensità emotiva per lo spettatore che guarda non troppo distante. Lunghissimo ma assieme di breve durata, come un’esistenza che si consuma nell’arco di anni che paiono giorni o addirittura minuti nella loro esasperata routine. E quest’ultima, ovviamente, puntualmente ritorna quando la parentesi si esaurisce ed il metaforico viaggio all’indietro inevitabilmente termina.
4:9 lascia così la sensazione dolceamara di aver intercettato una sensazione comune a molti, decretandone allo stesso momento lo zenit e il nadir. Nonché descrivendo una storia, intima e personale ma fino ad un certo punto, con cui in fondo ci si immedesima con molta facilità: basta riuscire a guardare un po’ oltre il proprio giardino, con la raccomandazione di respirare a fondo per non soffocare in un’apnea infinita con ben pochi intermezzi.
Daniele De Angelis







