Corde e Fiducia
Bob Bentley è un cineasta britannico, poco conosciuto dalle nostre parti, vincitore del Bafta Award per il Miglior Cortometraggio nel 1982 con Recluse (1981), basato su un fatto reale di cronaca nera. Il documentario The Pleasure of Rope (2015), presentato al Fish & Chips Festival 2016, è frutto di quattro anni anni di lavoro, viaggiando tra Regno Unito e Giappone alla scoperta del kinbaku, un’antica arte giapponese affine al bondage.
Il kinbaku è spesso definito anche shibari, e sull’uso dei due termini vi sono state non poche controversie: secondo alcuni, le due parole possono essere impiegate indistintamente, secondo altri invece, shibari ha il significato di “legare” ma in modo più generico, non necessariamente correlato al BDSM. Tuttavia, nella cultura nipponica, le due definizioni sono usate indistintamente. Il kinbaku/shibari, in Oriente, non è visto unicamente come pratica erotica, bensì può essere utilizzato per ottenere il rilassamento di mente e corpo ed è soprattutto percepito come forma artistica a sé stante.
La pratica nasce in Giappone nel XV secolo, ed era impiegata dalla polizia e dai samurai per immobilizzare i prigionieri: ai tempi, vi era carenza di metallo per costruire prigioni con celle vere e proprie, dunque si ricorreva alle corde, in iuta o canapa, per non far fuggire chi veniva arrestato, e questo utilizzo rimase quello principale fino al XVIII secolo. E’ nel tardo periodo Edo – epoca che termina nel 1868 – che lo shibari diviene pratica erotica vera e propria grazie alla figura di Seiu Ito, considerato il “padre” di questo tipo di espressione artistico/sessuale. Seiu Ito, nato nel 1882 e morto nel 1962, era un pittore, fortemente influenzato dall’arte del periodo Edo, del quale rappresentava le torture legando e immobilizzando i propri soggetti. Una delle sue opere più celebri è una fotografia della moglie incinta, legata a testa in giù, a omaggiare l’opera “La Casa Solitaria nella Brughiera di Adachi”, realizzata da Yoshitoshi, famoso per le cosiddette “stampe insanguinate”, raffigurazioni esplicite di morte e violenza.
La carriera di Seiu Ito venne stroncata nel 1930 a causa della censura nipponica; inoltre, le sue opere andarono perse nei bombardamenti su Tokyo nel corso della Seconda Guerra Mondiale, ma la sua eredità nell’ambito dello shibari resta viva fino ai nostri giorni.
Bentley affronta l’argomento con piglio curioso e attento, avvicinandosi ai fautori di quest’arte con rispetto e, al tempo stesso, svelandone sensazioni, pensieri, pulsioni. Due artisti BDSM (Bondage/SadoMaso) britannici lo guidano in un viaggio lungo ben quattro anni, tra l’Inghilterra e le terre nipponiche, rivelandoci un’arte popolarissima negli ambienti fetish giapponesi e che ha preso piede anche in Occidente, divenendo sempre più diffusa. Ciò che viene immediatamente sottolineato è l’importanza del rapporto tra il nawashi, ossia il “maestro delle corde”, colui che lega, e la persona che si fa legare: una relazione la cui base portante è la fiducia, tratto comune nell’intero mondo delle pratiche BDSM. Le performers intervistate evidenziano la centralità del riporre fiducia completa nel maestro, in un atto potenzialmente pericoloso per il corpo, poiché un nodo sbagliato in un punto sensibile può causare danni non indifferenti. Farsi legare come forma di espressione artistica ed erotica diventa un percorso di crescita personale, di cambiamento, che suscita emozioni molto forti, spesso contrastanti ma, in ultima istanza, percepite come positive. La definizione dei ruoli nel BDSM in senso generale è, ovviamente, di primaria importanza: sia il masochista che il sadico, infatti, appagano le proprie pulsioni e si completano a vicenda, poiché l’uno non potrebbe esistere senza l’altro. Le donne che si sottopongono allo shibari, abbandonandovisi completamente, dichiarano di percepire un’iniziale senso di sottomissione che diviene, in un secondo tempo, una sensazione di forza dunque, un’emozione diametralmente opposta.
Le perfomances di kinbaku in Giappone attirano un pubblico ovviamente di nicchia ma comunque folto, attento e profondamente rispettoso. I nodi utilizzati sono particolari, la tecnica richiede grande precisione e maestria, e vi è un vero e proprio interscambio emotivo tra il nawashi e la sua performer. Si ricerca, dunque, la bellezza, ed è una bellezza peculiare, che non risponde a nessun canone tradizionale.
L’occhio filmico di Bentley riesce a rappresentare ottimamente una pratica che è soprattutto una forma d’arte, senza sbilanciarsi in giudizi morali bensì accompagnando lo spettatore nel viaggio che lui stesso ha intrapreso, alla scoperta di una modalità espressiva che è anche specchio di una determinata cultura. Un documento di grande interesse, che è stato realizzato in diversi formati, tra cui quello televisivo, e che contribuisce a far conoscere in modo approfondito un lato della tradizione giapponese finora per lo più inedito al di fuori di determinati ambienti.
Chiara Pani








