L’aleatorietà del caso
Venticinque sono gli anni di detenzione comminati al giovane ventitreenne Tomasz Komenda, accusato di un brutale stupro con conseguente omicidio di una adolescente. Il regista Jan Holoubek ne racconta la vicenda nel suo 25 Years of Innocence (titolo italiano: 25 anni di innocenza; titolo originale: 25 lat niewinności. Sprawa Tomka Komendy), vincitore dei premi della giuria e del pubblico al Festival del Nuovo Cinema Europeo ed in rassegna nei giorni scorsi a Roma per la 13ma edizione di CiakPolska – il Nuovo Cinema Polacco.
Non è un legal movie, né una detection; o meglio, entrambi gli aspetti vengono toccati, ma non approfonditi; Holoubek si incentra piuttosto sulla figura di Tomasz, Tomek per amici e famiglia, sul suo terrificante percorso in carcere e la sua determinazione a proclamare un’innocenza che – a partire dalle testimonianze dirette di chi lo ha visto altrove al momento del crimine – avrebbe dovuto essere palese sin dall’inizio. Un caso “montato ad arte”, potremmo dire; una condanna voluta per dare ai genitori ed alla popolazione un capro espiatorio dopo tre anni di inutili ricerche. Ma anche un modo per mostrare la violenza e le leggi interne che vigono nelle carceri – polacca in questo caso, ma il discorso potrebbe allargarsi.
Capodanno 1997: una giovane ragazza viene ritrovata nuda, morta per assideramento dopo essere stata violentata in modo feroce ed impietoso. Sugli schermi di casa Komenda, la notizia passa senza clamore. Tre anni dopo, nel 2000, la polizia irrompe in casa per arrestare il giovane Tomek (interpretato da Piotr Trojan). Una semiconfessione (di aver avuto un rapporto sessuale consenziente con una minorenne) estorta con la forza, prove indiziarie fatte combaciare per avvalorare l’accusa se non costruite appositamente, un difensore d’ufficio inetto, una folla che chiede a gran voce un colpevole per l’efferato delitto; a niente valgono, in aula, le testimonianze di una dozzina di persone che lo hanno visto passare quella notte in casa, crollato a dormire dopo essersi ubriacato, né tantomeno la continua strenua difesa della madre (Agata Kulesza), pilastro emotivo del giovane Tomek durante il procedimento giudiziario ma soprattutto nel suo lungo ed estenuante calvario detentivo. Komenda verrà condannato a quindici anni di carcere, poi, in appello, a venticinque, giudicato colpevole senza dubbio alcuno. Minacciato, picchiato, umiliato in carcere in ogni modo possibile, Tomek non smetterà mai, negli anni, di proclamare la sua innocenza. Finchè il caso, ancora una volta il caso che gioca con la vita degli uomini, metterà sulla sua strada un poliziotto onesto, Remigiusz Korejwo (Dariusz Chojnacki), che, trovando incongruenze nella condanna frettolosa del giovane, deciderà di riaprire le indagini, sostenuto dall’amico procuratore Robert Tomankiewicz (Lucasz Lewandowski). Ma ancora, Holoubek mostra l’ostracismo interno alle forze dell’ordine, che non intendono rimettere tutto in gioco, tra minacce velate a Remigiusz e tentativi di riprendere le redini dell’inchiesta. In una accellerata finale, le indagini portano chiare prove sul vero colpevole (anzi, colpevoli) del delitto del 1997 e degli stupri avvenuti successivamente negli anni sempre nella stessa zona (altro particolare che avrebbe dovuto allertare la polizia già da tempo), giungendo infine al rilascio, dopo diciott’anni di ingiusta reclusione, di Tomasz Komenda.
Come reiterato dai titoli di coda, che mostrano immagini dei reali protagonisti degli eventi, 25 anni di innocenza racconta una storia vera; il film, sceneggiato da Andrzej Golda e diretto da Jan Holoubek, colpisce quindi ancor più per la crudità delle scene e per l’intensità degli interpreti, in particolare Agata Kulesza nei panni della madre di Tomek, che deve al contempo sostenere il figlio rinchiuso ingiustamente e vessato dagli altri detenuti e lottare all’esterno per la sua innocenza, facendosi ella stessa forza per non soccombere allo strazio interiore. La parte delle indagini che porteranno al suo rilascio è tutto sommato rapida e meno approfondita: il fulcro dell’opera risulta essere infatti la storia di abusi subiti in carcere da Tomek, tanto quanto la sua determinazione a combattere e a proclamare la sua innocenza.
Holoubek racconta i fatti in modo semplice e realistico, con una costruzione temporale ad incastro che scorre perfettamente, soffermandosi piuttosto sul rapporto di reciproco sostegno tra madre e figlio e sull’intensità dei due attori protagonisti; in secondo piano, possiamo leggere tra le righe la denuncia degli errori commessi per superficialità, disordine, burocrazia ma soprattutto a causa delle crescenti pressioni da parte dei media, che reclamavano a gran voce un colpevole, come quella della situazione interna alle carceri, che diventano una sorta di “stato indipendente”, con le proprie regole accettate da tutti. 25 anni di innocenza è un film potente, angosciante e infine liberatorio; lo spettatore viene sommerso dalla profondità delle emozioni sullo schermo, vivendo dentro di sé la totale impotenza di Tomek e dei suoi cari di fronte alla determinazione del sistema di trovare in lui il capro espiatorio perfetto, rassicurato dalla presenza, nello stesso sistema, di qualcuno determinato, al contrario, a combattere per la verità e la giustizia, infine sollevato dalla liberazione di un innocente, cui nessun risarcimento, per quanto sostanzioso, potrà ridare gli anni passati in carcere e l’innocenza e la vita perduta. Eppure anche in questo, Tomek sorprende, mostrandosi pronto a riprendere la sua strada laddove lo aveva lasciata; nonostante il destino gli abbia fatto fare un giro immenso e doloroso, il cerchio si chiude dov’era iniziato: in un autolavaggio.
Michela Aloisi









