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The Caretaker

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VOTO: 7

Il fascino per niente discreto di certa oligarchia

In concorso al Ravenna Nightmare Film Fest 2025, The Caretaker di Luke Tedder non ha vinto premi ed è rimasto un po’ all’ombra di altri titoli, più per la qualità insolitamente alta della selezione che per proprio demerito. Anzi, possiamo tranquillamente dire che le atmosfere spesse, morbose, torbide del thriller britannico ci sono rimaste così impresse, a qualche settimana dalla fine della kermesse romagnola, da ispirarci questa pur breve, sintetica trattazione.

Ambientato nel Regno Unito, quello di Luke Tedder è una sorta di horror psicologico costruito pedinando Eddie, giovane muto sul cui tormentato passato pesa ancora l’ombra di una madre tirannica e di un terribile incidente domestico, nel suo nuovo lavoro come custode presso un elitario istituto situato lungo la costa. A dirigere la Lockbridge Academy è da generazioni la rigida, algida, scostante famiglia Aberdeen. I suoi membri non fanno nulla per camuffare quegli atteggiamenti classisti, quell’aura di perbenismo, dietro cui si celano invece terrificanti segreti. In alcuni componenti dello sprezzante clan famigliare sembra prevalere il desiderio di prevaricare gli altri, mentre nella figlia del patriarca di turno si può cogliere più che altro un disagio sconfinante talora nella follia. Per l’introverso Eddie, in un contesto così malato e soffocante, l’unico legame realmente umano ed empatico sembrerebbe essere quello con una giovane americana, che lavora lì da qualche anno come donna delle pulizie. Tutti quei delicati equilibri sono destinati però a essere spazzati via da un delirante e sanguinario epilogo.

L’incedere del lungometraggio è per lunghi tratti lento, inesorabile, statico, persino un po’ prolisso. Luke Tedder, autore anche della sceneggiatura, sa però mettere tutti i pezzi del puzzle al loro posto; a partire dalla psicologia contorta dei personaggi principali, per poi costruirvi intorno un mood perverso, poco salubre al pari dei luoghi che definiscono l’area dell’istituto, sottilmente angoscianti sia che si tratti dell’ampio parco circostante, sia che ci si vada a perdere tra aule cupe e corridoi scarsamente illuminati. Tutto ciò diventa un po’ alla volta il fondale giusto per un racconto cinematografico che accoglie, con naturalezza, tanto gli stilemi della ghost story – in puro “british style” – che le azioni violente di soggetti fermamente determinati, fino ad esiti parossistici e sempre più (auto)distruttivi, a sopraffare il prossimo in virtù del loro insensibile, crudele, smodato orgoglio di classe.

Stefano Coccia

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