Young Love Lost

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6.0 Awesome
  • voto 6

Ma quanto ci piace l’amore! 

Cos’è che può far sì che un operaio ventenne si senta motivato ad affrontare le dure giornate in fabbrica, la scuola serale e – non per ultima – una famiglia a dir poco problematica? La risposta potrebbe essere scontata: è l’amore, spesso e volentieri, a regalare le energie di cui si ha bisogno per affrontare la non sempre facile quotidianità. E questo vale soprattutto per il giovane protagonista di Young Love Lost – diretto dal cineasta cinese Xiang Guoqiang e presentato in anteprima alla diciottesima edizione del Far East Film Festival di Udine.
Il giovane Xiaolu – al fine di facilitare la propria ammissione all’università – svolge un tirocinio come operaio in fabbrica. Il suo ambiente di lavoro è popolato da personaggi bizzarri e variegati: dalla collega maggiorata innamorata di lui, al ragazzo bonaccione, ma non troppo sveglio; da un capo dispotico alla bella dottoressa di cui tutti – Xiaolu compreso – sono innamorati. Le giornate del ragazzo, dunque, saranno ricche di situazioni paradossali e di rocambolesche avventure. Fino a quando l’amore della sua vita non sarà costretto ad abbandonare la cittadina di provincia per andare a studiare in una prestigiosa università.
Parte da subito in quarta, questo ultimo lungometraggio di Guoqiang: fin dai primi minuti, infatti, lo spettatore viene catapultato all’interno della vicenda da un susseguirsi serrato di gag e di situazioni al limite del surreale. Volendo azzardare un giudizio estremo quanto rischioso, si potrebbe addirittura affermare che l’ambientazione stessa stia a ricordare un enorme circo felliniano, con una serie di personaggi memorabili quanto fortemente caratterizzati. Ovviamente, con questi presupposti, ci si aspetta un lavoro magistrale, magnetico, che sappia mantenere i ritmi iniziali – con un adeguato crescendo – per tutta la sua durata. Ma questa ironia, questo carattere onirico e dissacratorio con cui parte il prodotto, purtroppo non vengono mantenuti fino alla fine. Al contrario, i toni con cui il lavoro parte vanno via via affievolendosi, fino a sparire del tutto, facendo sì che, man mano che ci si avvicina alla fine, ci si trovi davanti addirittura ad un film completamente diverso. Operazione rischiosa, questa, dal momento che scelte del genere presuppongono una robustezza di base estremamente difficile da ottenere. E, purtroppo, è proprio questa robustezza a mancare all’intero lungometraggio.
Sono più che altro la qualità visiva e le scelte registiche – che prevedono insoliti movimenti di macchina e dinamici tagli di montaggio – a dare al tutto quel tocco di qualità tipico della cinematografia orientale, che – a sua volta – sa creare una commistione di adrenalina e poesia con risultati quasi sempre soddisfacenti. Ed è proprio questa la peculiarità di questo lavoro d’esordio di Guoqiang: la forte suggestione visiva – unita anche ad effetti speciali ben riusciti – unita ad un importante lirismo di fondo, che – pur avendo a che fare con una sceneggiatura debole – riesce a far sì che il risultato sia un prodotto gradevole e, a tratti, addirittura commovente.
E che dire della scena finale? Nonostante il calo dei toni, è qui che il lungometraggio spicca finalmente un salto di qualità: la figura del ragazzo – alla ricerca della sua amata – in una sala cinematografica vuota e con le immagini della donna che vengono proiettate sullo schermo, fa gongolare non solo i cinefili più accaniti, ma anche chi, semplicemente, si è lasciato trasportare fino a questo punto dallo strazio di una storia d’amore impossibile. Un’ottima soluzione per far sì che – alla fine della proiezione – lo spettatore esca dalla sala con un bel sorrisetto nostalgico stampato sul volto.

Marina Pavido

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