Where to Invade Next

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Prendo e (ri)porto a casa

Tanto per rompere il ghiaccio, cominciamo con il dire che Michael Moore, con Where to Invade Next, non raggiunge le stesse vette toccate in passato con molti dei suoi lavori precedenti. Il nostro giudizio a riguardo, anche se con una serie di riserve delle quali parleremo nel corso della recensione, resta comunque in linea di massima al di sopra della sufficienza, più per la stima che nutriamo per l’autore che per gli effettivi valori emersi sullo schermo.
La sua ultima fatica dietro la macchina da presa, nelle sale con Nexo Digital e Good Films nella tre giorni che va dal 9 all’11 maggio 2016 (in 207 cinema) dopo l’anteprima avvenuta quasi un anno fa al Festival di Toronto seguita da quella europea lo scorso febbraio alla Berlinale, appare a conti fatti un’opera dove il regista statunitense ha preferito pigiare il freno, invece che spingere il piede a tavoletta sull’acceleratore come è stato sempre solito fare. L’abitudine era quella di andare a briglie sciolte, schiacciando tutto e tutti senza risparmiarsi e senza mai guardare in faccia nessuno, andando a testa bassa e caricando come un toro davanti a un drappo rosso. In Where to Invade Next le briglie continua a tenerle sciolte, ma stavolta invece di colpire di machete si è limitato a punzecchiare il “nemico” di turno con stoccate di fioretto. Nemico che poi, a conti fatti, ha sempre lo stesso volto e indossa sempre i stessi colori, vale a dire quelli della bandiera americana. Quella che va in scena nel suo nuovo documentario è, quindi, l’ennesima personale battaglia portata avanti da Moore contro il suo Paese, contro ciò che è diventato, contro le sue innumerevoli contraddizioni interne ed esterne, contro le sue principali Istituzioni e anche contro chi di volta in volta è stato designato a governarle.
Dopo la sanità, l’uso e il commercio libero delle armi, le lobby economiche e la politica militare interventista, il documentarista americano ridisegna drasticamente la strategia di attacco, scegliendo di puntare la sua macchina da presa verso un macro-concetto e non nella direzione di un preciso bersaglio, addomesticando purtroppo il tutto all’interno di quella odiosa gabbia che risponde al nome di morale. Una parola che, nell’accezione negativa che se ne può dare, non aveva mai trovato posto nella filmografia del cineasta di Flint. Questa si fa sordidamente e silenziosamente avanti nella strato sotterranea della timeline, per divampare come un incendio nell’epilogo ambientato accanto a ciò che resta del muro di Berlino. Non ve la riveleremo ovviamente, perché rappresenta la chiave di volta del plot e del discorso portato avanti da Moore in questo suo ultimo lavoro. Vi basti sapere che il regista punterà di nuovo il dito contro la politica militare interventista, ma solamente come punto di partenza di un discorso più generale da allargare dopo pochissimo a macchia d’olio verso tanto altro. L’altro in questo caso è la distruzione del tanto celebrato “American Dream”, di ciò che negli ultimi decenni si è conservato intatto solo a parole nell’immaginario comune e non più nei fatti della vita di tutti i giorni. Trattasi di un concetto astratto, nulla di più se non una grande bugia alla quale in moltissimi continuano a credere. Nelle opere precedenti, Moore ce lo ha dimostrato andando di volta in volta a smascherarne le falsità e a minarne l’essenza attraverso inchieste mirate e potentissime (vedi Bowling a Columbine sul tema della proliferazione delle armi e soprattutto della cultura della violenza negli Stati Uniti, oppure Fahrenheit 9/11 incentrato sui presunti legami tra la famiglia Bush, quella reale saudita e la famiglia di Bin Laden, sulla guerra e sulle sue strumentalizzazioni). Qui, nelle due ore a disposizione, Moore ritorna in modalità random su concetti già espressi, ripronunciandosi ad esempio sull’assurdità del sistema sanitario a stelle e strisce (vedi Sicko), oppure su quello economico (Capitalism: A Love Story), dicendo anche la sua su quello scolastico dentro il quale non si era avventurato se non con brevi parentesi. Per farlo, abbraccia l’esterofilia in un’inchiesta on the road che lo porta diritto nel Vecchio Continente, con una serie di tappe (dall’Italia alla Germania, passando per Islanda, Slovenia, Francia e Portogallo) alle quali corrispondono altrettante invasioni pacifiche per impossessarsi, senza l’uso della forza, di “formule segrete” da riportare con sé negli States.
La ferocia della sua ironia strabordante, la capacità di penetrare nelle Istituzioni tanto da ridicolizzarle, metterle a nudo e alla berlina, hanno rappresentato sin dagli esordi con Roger and Me (1989) le sue “armi di distruzione di massa” cinematografiche. In Where to Invade Next, Moore si fa ancora largo con l’ironia pungente delle sue riflessioni a voce alta (vi consigliamo di recuperare la versione originale, perché quella italiana è accompagnata da un fastidiosissimo over sound), con l’immancabile mitragliata di battute folgoranti scoccate dall’arco quando meno te le aspetti e con le sue inimitabili facce interrogative che da sole valgono il prezzo del biglietto, ma l’arsenale stavolta a nostro avviso non è abbastanza per mandare KO l’avversario, per di più se colpito con proiettili a salve a base di morale. A non convincere è soprattutto la semplificazione e la parzialità dell’inchiesta nella sua interezza, che emergono da uno sviluppo mai veramente approfondito di gran parte delle argomentazioni affrontate. E questo da un colosso del documentario come lui, portabandiera di un cinema di inchiesta di forte impatto mediatico e di grande coraggio, davvero non ce lo aspettavamo.

Francesco Del Grosso

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