Gretel e Hansel

0
7.5 Awesome
  • voto 7.5

Una buia favola per crescere

Poco si addice il classico “c’era una volta” a questa nuova versione cinematografica dell’immortale fiaba tramandata dai fratelli Grimm. E non perché il concetto di ambientazione atemporale non sia ben presente in questo Gretel e Hansel, tutt’altro. Semplicemente, è l’estrema raffinatezza della messa in scena a dimostrare come sia possibile, pure nel cinema contemporaneo, trasmettere inquietudine anche attraverso una tipologia di film che possiede nell’apparato formale il suo punto di forza. Non l’unico, ovviamente.
Sin dall’inversione dei personaggi nel titolo è infatti possibile comprendere la finalità ultima del lungometraggio diretto da Osgood (Oz) Perkins, tornato agli onori della sala dopo il successo dell’ottimo February (2015) e l’intermezzo di Sono la bella creatura che vive in quella casa (2016), approdato direttamente sulla piattaforma Netflix. Come nelle opere citate l’attenzione si sposta senza equivoci sul composito universo femminile, divenendo una sorta di saggio sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta della protagonista. La quale assurge al ruolo di guida fisica e spirituale del fratellino minore, mentre nella fiaba originaria è il maschio, più grande d’età, a svolgere tale compito. Gretel e Hansel diviene così un affare tra donne. Un duello mentale tra la giovane Gretel e la famigerata strega, per la quale adolescenti e bambini non sono altro che un nutrimento, sia fisico che psicologico, finalizzato a mantenere un’eterna gioventù nascosta alle apparenze. Una sorta di partita a scacchi non priva di tempi morti ma assolutamente affascinante, in cui la forma visiva si sdoppia grazie al potere di Gretel, in grado di visualizzare attraverso visioni oniriche più reali del vero l’effettivo stato delle cose. Poiché la casa dei sogni sperduta nel bosco – dalla minacciosa architettura diretta erede dell’espressionismo tedesco – oltre la superficiale impressione di cibo a volontà, letti comodi e quant’altro, nasconde appunto al suo interno il più terribile dei segreti.
Gretel e Hansel è dunque un film che si proietta nel futuro prendendo la rincorsa dal passato, remoto o recente. Tornano alla mente gli indimenticabili estremi figurativi de In compagnia dei lupi (1984) di Neil Jordan, con le magistrali scenografie curate dal grande Anton Furst; oppure le atmosfere assieme malsane ed estetizzanti del recente The VVitch (2015), firmato da Robert Eggers e benissimo ricalcate, in Gretel e Hansel, dalla fotografia dell’emergente Galo Olivares. Un altro coming of age di grande impatto emotivo, insomma. Un percorso di crescita che esalta la bellezza all’interno dell’orrore, accentuando sapientemente ogni contrasto che tale sovrapposizione può indurre. E non solamente nella favola riprodotta nella finzione cinematografica, ma anche in una realtà che non si discosta molto, almeno a livello metaforico, da ciò che viene raccontato.
Forse è ancora presto, dopo soli tre film, per definire il figlio del grande Anthony Perkins di Psycho un autore a tutto tondo, in totale possesso di una propria poetica. Quello che invece pare ragionevolmente certo è che Oz Perkins padroneggi uno stile già ben formato, in grado di ammaliare lo spettatore per poi condurlo in territori poetici di assoluta pregnanza. Affidando alla straordinaria performance di una Sophia Lillis – messasi in luce nei due It di Andy Muschietti – nell’occasione in versione Giovanna d’Arco dreyeriana con tanto di frangetta assai simile, nonché novella epigona al femminile di un Virgilio dantesco, a condurci per mano in un viaggio all’inferno con biglietto di ritorno.
Tante critiche sulla sostanza di Gretel e Hansel, in buona parte ingiustificate. Dietro la fascinazione immediata della visione c’è molto di più. Se il film di Oz Perkins è considerato, a torto, da “prendere o lasciare”, noi prendiamo senza esitazione alcuna.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

quattro + sedici =