Una volta nella vita

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6.0 Awesome
  • voto 6

Quando la Storia non si può cancellare, tante altre storie si possono cambiare

Banlieue parigine, liceo Leon Blum di Creteil: la classe più irrequieta, svogliata e demotivata della scuola viene coinvolta nella partecipazione al concorso nazionale sulla Resistenza e la Deportazione, sviluppando una traccia intitolata “I bambini e gli adolescenti nel sistema concentrazionario nazista” sotto la guida della professoressa Gueguen, un’impavida e brillante insegnante di storia.
Tratto da un evento realmente accaduto nel non troppo lontano 2008, Les Héritiers (Gli eredi) di Marie-Castille Mention-Schaar, ennesimo film vittima dei titolisti italiani, narra, passo dopo passo, il lento processo di maturazione di un gruppo di studenti che, dopo qualche reticenza iniziale, decide di accettare una sfida che sembrava impossibile da superare. Ma se l’intento della regista, come essa stessa dichiara, era di legare questo processo alla presa di rapporto con la storia, si può dire che, per quanto lodevole nel suo proposito, non vi sia riuscita. La pellicola, infatti, pur dedicando un buono spazio allo svolgimento del concorso, dona il ruolo di “deus ex machina” alla professoressa Gueguen, più che alla Storia. La figura dell’insegnante è decisamente carismatica per gli studenti, così come per lo spettatore; perciò viene più facile trovare la causa del superamento di quell’apatia diffusa nella presa di rapporto con lei, piuttosto che con la tragedia della Shoah. Da un film, insomma, che vuole fare della tragedia più grande dell’era moderna l’artefice di una maturazione, ci ritroviamo davanti a un L’attimo fuggente in versione 2.0. E poiché di storie come L’attimo fuggente ne abbiamo già viste tante, Una volta nella vita, ahinoi, non regala niente di nuovo. Se poi a tutto questo si aggiunge la colonna sonora di Ludovico Einaudi per le scene più toccanti, il senso di déjà-vu è completo.
Una nota di merito va, tuttavia, alla magistrale performance degli attori, sia nell’interpretazione degli studenti, che anche della professoressa: Ariane Ascaride è credibile e coinvolgente nella sua parte e trasmette fedelmente quel senso di sano autoritarismo che la vera insegnante dovette senz’altro adottare con una classe così complicata, guadagnandone il rispetto, ma anche la fiducia.
Degna di nota positiva anche la scelta, da parte della regista, di riprodurre quello che fu il momento più importante di tutta la vicenda: il contatto tra la classe e Leon Ziguel, ex-deportato sopravvissuto ai campi di concentramento. L’aver chiamato in causa il personaggio reale nell’interpretazione di se stesso, ha messo i giovani attori di fronte a una realtà di cui probabilmente anch’essi non si rendevano conto fino a quel momento, e le lacrime che ne scaturiscono sono un commovente incrocio tra quelle che probabilmente versarono gli studenti veri, e quelle dovute alla commozione degli attori che hanno dovuto interpretarli.
Pur non eccellendo nello sviluppo della sceneggiatura, né tantomeno nella fotografia o nelle inquadrature, Una volta nella vita sotto alcuni aspetti può essere apprezzato senza infamia e senza lode, ma con uno sguardo in più sulla realtà delle banlieue francesi e sul senso di sfiducia che domina sulle vite dei giovani che vi sono cresciuti, certamente dovuto al senso di impossibilità che  vi ripongono gli adulti, più che a una “congenita incapacità”.

Costanza Ognibeni

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