Truman – Un vero amico è per sempre

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Ma che bella storia d’effetto!     

Prendi due uomini agli antipodi. Aggiungi un cane, una malattia incurabile ed una bella amicizia. Ed ecco che gli ingredienti per un film di successo ci sono tutti. Ora non resta che redigere una sceneggiatura pulita ed accurata, caratterizzare al meglio i personaggi ed aggiungere al tutto un tocco di mélò, che non guasta mai. Dopo qualche mese di lavorazione, ecco pronto in tavola Truman – Un vero amico è per sempre, ultimo lungometraggio diretto dall’acclamato regista Cesc Gay, in concorso ufficiale al Toronto International Film Festival nel 2015 e vincitore di numerosi Premi Goya.
L’amicizia, il dramma della malattia, il coraggio nell’affrontarla e l’amore per gli animali sono i temi portanti del lungometraggio. Temi che possono essere di grande effetto, ma che non sempre sono facili da trattare. Eppure, il talento registico, così come l’abilità nello scavare a fondo nell’animo umano sono senza dubbio qualità di cui il cineasta spagnolo (Kràmpack, Hotel Room) ha dato prova fin dai suoi primi lavori. Ed anche in questa occasione troviamo una straordinaria ed accurata indagine sul personaggio, che ha dato vita a due protagonisti poliedrici e ben caratterizzati, i quali – grazie anche alle straordinarie performances dei pluripremiati interpreti Ricardo Darin e Javier Cámara – riescono ad entrare in empatia con lo spettatore fin dai primi minuti.
Julián è un attore di origini argentine che vive e lavora a Madrid. Eccentrico e bohémien, ha sempre condotto una vita fuori dagli schemi. Tomás, invece, è un professore universitario pragmatico e responsabile, che vive da anni in Canada. Due personalità opposte, ma che riescono sempre a trovare un punto d’incontro. E poi c’è Truman, l’affettuoso bullmastiff di Julián, il quale, dopo la morte del suo padrone, avrà bisogno di qualcuno che si occupi di lui altrettanto amorevolmente.
Volendo, però, mettere da parte la caratterizzazione dei personaggi, notiamo come Cesc Gay – volendo a tutti i costi creare un prodotto d’effetto – abbia calcato spropositatamente – ed anche in modo parecchio furbo – la mano sul melodramma (grazie anche ad un copioso uso di primi piani), facendo in modo che la malattia di Julián rubi quasi la scena a tutto il resto. La cosa potrebbe anche essere accettata, però quando c’è l’intenzione di raccontare una storia drammatica con i toni della commedia, bisognerebbe far sì che il dramma non risulti eccessivamente ingombrante. Il risultato finale è un prodotto che tende ad essere ripetitivo e didascalico, oltre che prevedibile. E che, data proprio la sua ripetitività, invece di un’ora e cinquanta minuti, sarebbe potuto durare tranquillamente – e probabilmente sarebbe stato meglio così – la metà del tempo.
Ma, si sa, un così succulento mix di ingredienti – se accuratamente mischiati – fa senz’altro gola al pubblico in sala, che – a sua volta – non vede l’ora di farsi un bel pianto liberatorio. Qui si spiega il grande successo di Truman. Sta bene. Ma che almeno non si urli al capolavoro, come è già stato spesso fatto. Questo no, non lo si può assolutamente accettare.

Marina Pavido

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