The Strain

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Mai come negli ultimi anni l’immaginario legato alla figura archetipica del vampiro ha subito tanti mutamenti, revisioni, stravolgimenti. Sono bastati una manciata di film e qualche serie televisiva  per deturpare e violentare una delle figure più significative delle nostre rappresentazioni collettive,  spogliandola quasi del tutto della sua deflagrante potenza espressiva originaria. Ci voleva allora un regista dall’immaginifica forza visiva e dalle indubbie qualità di narratore, un abile contaminatore capace di giocare con generi e registri per riesumare quel cadavere putrescente e innocuo riportandolo agli antichi, terribili fasti.
The Strain –  idea originale di Guillermo Del Toro, dapprima divenuta una serie di romanzi composta a quattro mani insieme allo scrittore Chuck Hogan poi, finalmente, approdata sul piccolo schermo per il canale via cavo FX –  è, prima di tutto, la riproposizione e, insieme, la reinvenzione del mito del vampiro, il suo ritorno ma anche il suo svecchiamento in una vicenda che è un lento, inesorabile progredire, passo dopo passo, verso una nuova, sanguinosa apocalisse.
Seguendo la struttura dell’opera corale e del dramma da contagio, il regista messicano fa breccia nelle coscienze del suo pubblico sfruttando l’attualissimo spauracchio della minaccia terroristica, della paranoia, del complotto. Ne tira fuori una prima parte che guarda a L’invasione degli ultracorpi e al thriller pandemico, ai piccoli drammi privati fino alla minaccia globale, senza mai perdere il contatto con una realtà mai banale o scontata.
In una New York multietnica e brulicante, dai bassifondi del Bronx fino ai superattici dell’Upper East Side, The Strain, episodio dopo episodio, prende il suo tempo per comporre un affresco umano il più possibile variegato e verosimile costruendo la sua lenta ma inesorabile cronaca di una minaccia virale che ben presto si palesa in tutta la sua forza orrorifica e soprannaturale.
Sì, perché non è altro che il Male più puro quello che da Berlino atterra al JFK in una enorme bara nella stiva di un aereo stracolmo di corpi senza vita (o quasi). É quel male che ben presto si troveranno a contrastare anche lo scettico epidemiologo Ephraim Goodweather (Corey Stoll) e i suoi dopo l’incontro con Abraham Setrakian (David Bradley), un vecchio antiquario ebreo, cacciatore di vampiri da più di sessant’anni e pronto a compiere la sua agognata vendetta contro il loro antichissimo Maestro.
Coniugando vecchio e nuovo, passato e presente, partendo dal mito fondativo del Dracula di Bram Stoker fino ad arrivare a revisioni e riproposizioni di un immaginario personale in continua evoluzione (impossibile non vedere nei vampiri di The Strain una ulteriore mutazione di quelli visti in Blade II e nella figura del Maestro l’ennesima declinazione dei suggestivi incubi di Del Toro), l’autore de Il labirinto del fauno, qui saltuariamente sceneggiatore e regista che traccia puntigliosamente linee guida fortemente evocative del suo stile, crea un’opera seriale dove la costante dialettica tra scienza e soprannaturale, Storia e mito, fantasy e dramma sociale, esplode in tutta la sua potenza ed eterogeneità, dando a The Strain tutte le carte in regola per centrare il bersaglio e non essere l’ennesima mediocre storia di vampiri.
Adattando un realismo fantastico (verrebbe quasi da definirlo “magico”) alla serialità televisiva, contaminando le dinamiche proprie del thriller con il soprannaturale puro, fondendo insieme olocausto, vampiri e psicosi terroristica, Del Toro dà vita a un ibrido che fonde contemporaneità e passato con il mito, con un orrore ancestrale ben più antico e ben piantato nell’immaginario collettivo.
É allora un terrore strisciante a farsi strada, passo dopo passo, puntata dopo puntata, all’interno di un horror che è una corsa contro il tempo, tra mutazioni cronenberghiane tanto disgustose quanto anatomicamente affascinanti e strizzate d’occhio al Romero de L’alba dei morti viventi e al Carpenter di Distretto 13, in un vero e proprio assedio che porta con sé un intero universo di suggestioni e paure, summa iconica di un intero genere tra il sapiente omaggio e la coinvolgente innovazione. Il contagio è appena iniziato.

Mattia Caruso

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