The Red Sea Diving Resort

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8.0 Awesome
  • voto 8

Chi salva una vita salva il mondo

Gideon Raff, regista israeliano, si è affidato a Netflix per dirigere e produrre la sua ultima opera The Red Sea Diving Resort; un’opera ambiziosa e potente che ci ha soddisfatti in pieno nonostante le timide accoglienze che aveva riscontrato in patria e negli Stati Uniti alla sua presentazione. Etiopia 1979: Ari Levinson (impersonato da Chris Evans) è un agente infiltrato del Mossad con l’incarico di salvare il popolo etiope di origine ebraica a rischio genocidio. I richiami al genocidio causato dai nazisti nella Seconda Guerra Mondiale sono evidenti. Levinson, insieme ad un gruppo di collaboratori e colleghi, metterà su una grossa operazione di evacuazione che porterà al salvataggio di migliaia di persone a cavallo tra il 1980 e il 1982. Il luogo dal quale queste persone lasciavano il continente africano è proprio l’albergo dal quale il regista trae il titolo della pellicola. Chris Evans sveste i panni di Capitan America, indossa nuovamente la barba e torna nei panni di un vero eroe. L’ex interprete di Snowpiercer ci regala una interpretazione degna di nota come ci aveva già abituati sia nei panni del supereroe Marvel sia nel già citato film del sudcoreano Bong Joon-Ho. Il personaggio di Evas è un personaggio molto combattuto, con una ferrea volontà di mettere la vita delle persone in difficoltà davanti alla sua; ne esce così un personaggio forte a livello caratteriale ma debole nei legami affettivi, un po’ stereotipato e all’americana vista la scelta dell’attore e la nazionalità del personaggio. Tuttavia, il protagonista non può non essere definito un vero eroe e guardando il film capirete perché. Coadiuvato da un cast di ottimi nomi come Alessandro Nivola, Haley Bennett, Greg Kinnear, Ben Kingsley e Micheal K. Williams, Raff ricostruisce una storia realmente accaduta nella quale inserisce un forte sentimento emotivo per chi vi assiste. Come si intravede, si parla di una storia di immigrazione causata dalle continue violenze assecondate dall’esercito locale. Un racconto che ci riporta ad un tempo lontano ma che risulta piuttosto attuale vista e considerata la mole di notizie sull’argomento che ci raggiungono quotidianamente. La sottile differenza tra l’immigrazione del Mediterraneo e quella Ebraico-Etiope sta nel fatto che quella descritta nel film era opera del governo di Tel Aviv tramite operazioni autorizzate non ufficialmente ma con il benestare dei servizi segreti – oggi li chiameremmo “corridoi umanitari” –; quella attuale è purtroppo causata sia dalle guerre e dalle continue devastazioni che infestano il continente africano, ma anche da scafisti e criminali di guerra che purtroppo, in un modo o nell’altro, pongono queste persone sotto un grave pericolo. Non è chiaro se il messaggio insito al film di Raff sia stato quello di chiedere un rafforzamento di questo tipo di immigrazione controllata o se è solo la forte volontà di un regista di raccontare una storia realmente accaduta che ha visto protagonista la propria nazione (teoria più accreditata); è chiaro però che la vicenda sceneggiata dal regista israeliano è una storia bella, toccante e ambiziosa che consegna al pubblico un ottimo lungometraggio che, ci aspettiamo, la platea di Netflix apprezzerà.

Stefano Berardo

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