The Hate U Give

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7.0 Awesome
  • voto 7

Just Us for Justice

Rodney King, Tawon Boyd, Keith Lamont Scott, Terrence Crutcher, Trayvon Martin, Michael Brown, Laquan McDonald. Tamir Rice, Freddie Gray, Alton Sterling e Philando Castile. A molti di voi questi nomi non diranno niente, ad altri invece potrebbero suonare tristemente noti. Loro sono solo una piccolissima parte della lunghissima lista di vittime dei metodi duri della polizia nei confronti dei cittadini di colore negli Stati Uniti. Mapping Police Violence è un collettivo di ricercatori americani che raccoglie ed elabora i dati sui casi di afroamericani uccisi dalla polizia d’oltreoceano. Secondo questo gruppo nel 2015 i neri uccisi dalle forze dell’ordine sono stati almeno 346. Per gli afroamericani, la probabilità di essere uccisi dalla polizia è tre volte maggiore che per i bianchi e nel 97% dei casi di uccisione, nessun poliziotto coinvolto è stato incriminato. Da quella ricerca sono trascorsi tre anni e il numero è purtroppo andato drammaticamente ad aggiornarsi.
La Settima Arte se n’è occupata in più di un’occasione con una serie di film che hanno affrontato più o meno di petto l’argomento, mettendo in evidenza la portata di un problema difficile da arginare. Ultimo in ordine di tempo a farsi carico della scottante e purtroppo sempre attuale situazione è The Hate U Give, ultima fatica dietro la macchina da presa di George Tillman Jr., che dopo la presentazione al Toronto International Film Festival 2018 è approdato sugli schermi capitolini della 13esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Tillman ha dimostrato più di una volta, al pari di colleghi come Spike Lee o Barry Jenkins, di tenere molto al tema, spendendo più un film per la causa afroamericana raccontando storia di lotta quotidiana: da I sapori della vita a Men of Honor – L’onore degli uomini, da Notorious B.I.G. alla serie televisiva Power, passando per The Inevitable Defeat of Mister & Pete. Ed è con quest’ultimo che si può trovare una sorta di filo rosso, trattandosi di un coming of age che allarga i propri orizzonti drammaturgici e narrativi alle insidie e agli ostacoli che si materializzano nelle vite delle persone di colore. Si parte dunque dal romanzo di formazione per arrivare al dramma sociale. The Hate U Give segue le medesime traiettorie per dare forma e sostanza al libro omonimo di Angie Thomas del quale la pellicola in questione è la trasposizione cinematografica.
Al centro del racconto la storia di Starr, una sedicenne che vive nel quartiere popolare di Garden Heights. I genitori, per offrirle le migliori opportunità, la iscrivono alla rinomata Williamson Prep School. Così Starr si ritrova divisa tra due mondi: quello povero e nero del suo quartiere e quello ricco e bianco della sua scuola. Questo fragile equilibrio si rompe quando Starr assiste a una sparatoria in cui Khalil, suo amico d’infanzia, resta ucciso da un poliziotto. Unica testimone, Starr deve decidere se dire la verità: facendolo, potrebbe mettere in pericolo sé e la sua famiglia, perché coinvolgerebbe il boss della droga di Garden Heights, per cui Khalil lavorava. Mentre la sua comunità chiede giustizia per Khalil, Starr inizia un percorso che le rivelerà la verità su se stessa.
Per The Hate U Give il narrare la morte di Khalil e il percorso della protagonista per ottenere giustizia per l’amico e per la sua gente diventa di riflesso un modo per sferrare l’ennesimo atto d’accusa nei confronti delle discriminazioni razziali e gli abusi di potere. La cronaca diventa di fatto la fonte dalla quale la Thomas prima e il regista poi hanno attinto per stratifica le pagine del romanzo e quelle dello script. Ciò determina un aumento delle responsabilità e del peso specifico di un plot che si fa portare sano di una denuncia senza appello. Quando il risultato percorre questa strada, mostrando le fasi che traghettano Starr e la sua famiglia verso il processo e il “corpo a corpo” con coloro che lo mettono in discussione in un autentico “fuoco incrociato”, l’opera colpisce ripetutamente il bersaglio, per poi allontanarsi da esso quelle restanti volte – per fortuna poche – in cui il didascalismo e la morale si insinuano nella timeline per fornire alla platea spiegazioni. La presenza di scene come quelle della limousine al ballo di fine anno o quella dello scontro verbale tra Starr e la sua compagna di scuola Hailey, infatti, rappresentano quel in più che invece di arricchire finisce con l’indebolire, diventando il tallone d’Achille dell’intero progetto. Ed è un peccato di gola che Tillman avrebbe potuto tranquillamente evitare, perché il suo film quando riesce a non scivolare nelle sabbie mobile sa essere un bel pugno nello stomaco, di quelli in grado di lasciarti senza fiato non solo per l’impatto emotivo che ha sullo spettatore, ma anche per il livello d’intensità che l’interpretazione di Amandla Stenberg è capace di raggiungere.

Francesco Del Grosso

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