The Flag

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7.0 Awesome
  • voto 7

Giocando con gli inglesi a rubabandiera

A volte ritornano. E la cosa può fare molto piacere, nel caso del regista Declan Recks e dello sceneggiatore Eugene O’Brien. I due, del resto, sono da tempo abituati a sviluppare insieme progetti cinematografici come quello che, diversi anni fa, già li condusse tra gli ospiti dell’Irish Film Festa: era la terza edizione del festival e loro ci approdarono con Eden (2008), che per il buon Declan era poi il lungometraggio d’esordio. Opere come Eden ci hanno fatto prendere confidenza con un cinema dai tratti aspri, intimisti, orientati magari verso il terreno così delicato del dramma famigliare o semplicemente di coppia. Per cui aveva destato curiosità in noi sapere che costoro si sarebbero ripresentati all’Irish Film Festa con un film decisamente diverso, ovvero con una spigliata commedia: The Flag. Ebbene, nonostante qualche passaggio del racconto possa risultare forse un po’ sbrigativo, meccanico, la prova ci è parsa brillantemente superata. A condire il tutto gran divertimento in sala, da parte di quel pubblico romano che ad appassionarsi alla storia, ai suoi divertenti e a volte teneri protagonisti, ha fatto davvero presto.
In The Flag si riannodano peraltro i fili di un discorso molto presente nelle ultimissime edizioni del festival, e cioè la commemorazione della nota Rivolta di Pasqua del 1916. Ciò che però in altri lavori cinematografici e televisivi aveva conservato un’aura solenne, tragica, eroica, nel film scritto da Eugene O’Brien e diretto da Declan Recks assume invece connotati diversi, alquanto farseschi, con un’ironia di fondo che investe anche gli attuali rapporti tra Inghilterra e Irlanda, quella storica rivalità che in secoli di oppressione dell’isola verde aveva raggiunto vette assai sanguinose e che oggigiorno, fortunatamente, riesce a trovare una salutare valvola di sfogo in qualche sentita sfida rugbistica. E fa piacere, anzi, che in questa forsennata commedia si giochi con arguzia, proprio sugli stereotipi riguardanti come il suddito del Regno Unito veda l’irlandese medio e viceversa. Con una nota affettiva più forte quando ci si rapporta alla terra d’origine degli autori, ovviamente, ma con un sostanziale rispetto di entrambe culture, anche in virtù del fatto che a risolvere situazioni potenzialmente complicate in favore degli scapestrati irlandesi interverranno pure, sul più bello, alcuni outsider della società britannica, un “left side” dall’impatto decisamente positivo e salvifico!
Il protagonista è, per l’appunto, un irlandese emigrato a Londra, Harry Hambridge: in uno dei periodi più infausti della sua già faticosa esistenza (assistiamo in rapida successione alla morte del criceto cui era affezionato, al suo repentino licenziamento e ai funerali del padre) gli si offre però un’insperata occasione di riscatto. Harry, interpretato dall’irresistibile Pat Shortt (comico dal faccione simpatico e dalla favella inarrestabile, apprezzatissimo dal pubblico irlandese), scopre infatti da una lettera che suo nonno non soltanto aveva partecipato alla celebre Rivolta di Pasqua, ma era stato pure incaricato di issare la bandiera dei ribelli (da lui addirittura firmata, a beneficio dei posteri) sulla sommità del General Post Office. Soltanto che i britannici, repressa la rivolta, avevano poi trafugato e condotto in Inghilterra tale bandiera!
Fallite miseramente le trattative diplomatiche, il coriaceo Harry si troverà un po’ per caso a capo dell’improvvisata e raccogliticcia banda (tra i cui componenti spicca quel ragazzone generoso, Mouse Morrissey, interpretato da un Moe Dunford particolarmente apprezzato nella serie Vikings e nel cult assoluto Patrick’s Day) formatasi per fare irruzione di nascosto in una caserma inglese, così da riportare a casa il maltolto celebrando al contempo l’ormai dimenticata e persino bistrattata figura del nonno…

Sono anti-eroi che strappano immediata simpatia, i protagonisti di The Flag. E della picaresca commedia, oltre al gran ritmo assicurato da un Declan Recks sorprendentemente a suo agio anche nel dirigere pazzi inseguimenti e altre scene d’azione, si fa senz’altro apprezzare il calore umano dei personaggi: qui il tocco di verità è dato inoltre dal colorito eloquio di soggetti che, all’occorrenza, sono costretti a rimarcare forzatamente la loro provenienza irlandese o al contrario a fingersi inglesi. Si gioca insomma con gli accenti e con le differenti parlate. Piccolo stratagemma narrativo, questo, che funziona benissimo, con leggerezza. E che trova poi in un attore dotato come Pat Shortt l’interprete ideale di simili virtuosismi verbali.

Stefano Coccia

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