The Atticus Institute

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Quanti occhi ha un pesce?

The Atticus Institute è un film del 2015 scritto e diretto da Chris Sparling.
Ogni qual volta ci si ritrova a scrivere di falsi documentari (mockumentary, pardon) si ha la sensazione, prima di venir smentiti categoricamente, di essere all’epilogo di un sottogenere che ha visto la sua massima espressione anni fa e si ritrova adesso nella fase discendente. Difficile tracciarne la traiettoria, poiché tra alti e bassi, questa prolifica tipologia, nasce nei lontani anni ’60 (con The War Game di Peter Watkins) e ritorna in auge lungo il corso del nuovo millennio con titoli ben più noti alla mia generazione: The Blair Witch Project, Cloverfield, REC o Il quarto tipo. Si viene contraddetti quando, mentre la forma classica del cinema horror risorge dalle sue ceneri e torna di moda, fanno capolino sul grande schermo proprio film come The Atticus Institute (2015).
Fondato dal dottor Henry West (William Mapother) negli anni della Guerra Fredda, l’istituto Atticus si occupa di studiare fenomeni paranormali legati alla telecinesi. Dopo diversi casi autentici di importante rilevanza, l’organizzazione verrà scossa dall’arrivo della paziente Judith Winstead (Rya Kihlstedt), che pare avere capacità ben oltre superiori a quelle studiate fino a quel momento. Il governo americano non si fa attendere e, interessato alle potenziali implicazioni militari delle capacità della ragazza, tenterà di frapporsi tra lei e il dottor West. I documenti del caso vengono resi noti dopo quarant’anni di silenzio.
La sceneggiatura questa volta è affidata a Chris Sparling, un giovane regista che si è già fatto conoscere – a prescindere dai risultati ottenuti – per aver scritto due pellicole ad alta tensione e sicuramente originali: Buried – Sepolto vivo (2010) e ATM – Trappola mortale (2012), dirette entrambe da altri nomi. Lo script di The Atticus Institute è sicuramente più denso e carico rispetto al lavoro minimale dei precedenti, ma che in fase di realizzazione conferma Sparling come un’artista essenziale ed immediato. Non un veterano della direzione, con alle spalle solo una co-direzione ed un cortometraggio girato nel 2007, ma sicuramente in grado di operare delle scelte stilistiche innovative in perfetta sintonia con la sua scrittura.
Ambientata nel periodo caldo della Guerra Fredda (ossimoro abusato ma necessario), quando anche gli States andavano alla ricerca della loro Nina Kulagina, la pellicola gioca sull’alternanza tra i filmati di repertorio – rivestiti da una patina vintage anni Settanta – e le dichiarazioni più recenti dei testimoni degli eventi. L’effetto realistico è senz’altro ben riuscito, anche grazie all’artificio del “video ritrovato” tipico del found-fooutage ed ad una buona infarcitura di fotogrammi presi dalle ricerche nell’istituto psichiatrico. La stessa scelta di non utilizzare effetti speciali digitali, come spesso avviene nei prodotti di questa portata, percorre la strada della totale naturalezza, uno dei punti di forza nel linguaggio del regista.
Sparling si muove sulla linea di confine che separa Scienza e Metafisica, scetticismo e dogmatismo, confondendo gli ambiti senza mai districarne l’intreccio. Il focus si sposta così gradualmente dalla pretesa di veridicità delle riprese a tutto campo delle telecamere di sorveglianza, in cui l’inaspettato comportamento degli osservati si carica di angoscia, fino a svelare la natura demoniaca degli eventi descritti. Lo scibile umano viene messo a critica, confermato e poi distrutto, attraverso una lenta presa di coscienza dei personaggi, per poi concentrarsi quasi totalmente sulle pretese di controllo su ciò che sarebbe, ça va sans dire, incontrollabile. I cambiamenti nella protagonista (dietro un’ottima interpretazione della Kihlstedt) demarcano questi passaggi, là dove la comunicazione non verbale cederà il posto agli spasmi fisici della degente ed ai movimenti asincronici del suo corpo.
Per la quasi interezza, il prodotto si costituisce come un vero e proprio esperimento da laboratorio, in cui pezzi del puzzle vengono presentati uno dopo l’altro a completare il quadro ed ad argomentare le tesi del dottor West. Il ritmo sostanziale di The Atticus Institute si spezza solo nel finale, quando l’attenzione verrà catalizzata unicamente sugli interessi del Dipartimento della Difesa Nazionale ma getterà in ombra – ad errore – proprio il realismo che caratterizza il film fin dai primi minuti. Se allora la costruzione della contraffazione funziona, possiamo dire che Sparling scivola proprio quando avrebbe dovuto chiudere il cerchio, lasciando il campo sgombero da avvenimenti carichi di finzione (come l’esorcista con la maschera a gas o altro) per concentrarsi unicamente sul plausibile.

Riccardo Scano

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