Tehran Taboo

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Dies Iran

Premio per la Miglior Regia al SoundScreen Film Festival 2018, Tehran Taboo (2017) di Ali Soozandeh rappresenta innanzitutto la conferma di come certe animazioni d’autore possano brillantemente competere con altre forme espressive, anche in casi così estremi e lontani da ciò che più comunemente la gente associa all’animazione; ancorché, nei fatti, a essere messe in scena sono storie non soltanto “adulte”, ma caratterizzate da livelli di drammaticità, asprezza e scabrosità niente affatto comuni.
Appoggiandosi in maniera sopraffina alla tecnica del rotoscoping cara anche a cineasti del calibro di Richard Linklater, configurandosi come co-produzione tra Germania e Iran, il lungometraggio di Ali Soozandeh scandaglia con coraggio gli aspetti più marci della società iraniana. E nell’intrecciare tra loro quattro storie di ordinaria sopraffazione, fa sì che mestamente emergano le due categorie più tartassate da un assetto in cui spadroneggiano corruzione, prepotenza istituzionalizzata e condizionamenti teocratici: le donne e i giovani.

A tal proposito, in un contesto come quello del festival ravennate, non può passare inosservato il ruolo delle musiche, per le quali si è speso Ali N. Askin; come anche la figura chiave di quel giovane artista che nel film, attraverso le sue sperimentazioni musicali osteggiate dalla tetra censura di regime, cerca un possibile spiraglio di luce, un rifugio nella propria vena creativa. Ma l’orrenda visione di tre condannati all’impiccagione, rei probabilmente di aver infranto alcune delle assurde leggi in vigore nel paese, lasciati appesi a una gru e fotografati morbosamente dalla folla, sembra porre una lapide sulle sue aspirazioni.
Ali Soozandeh ci mostra così scorci impietosi di una Teheran livida, impaurita, preda delle pulsioni più oscure, che solo in rari momenti di innocenza infantile e di solidarietà tra donne costantemente emarginate ed offese trova potenziali proiezioni verso un futuro meno opprimente. L’animazione è perciò agile strumento di una sensibilità molto attuale, ed empatica verso la cornice antropologica che vuole porre in risalto.

Stefano Coccia

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