Taxi Teheran

0
8.0 Awesome
  • VOTO 8

Innocenti evasioni

Da quando è diventato bersaglio della “giustizia” iraniana e del suo opprimente, iniquo, orwelliano apparato repressivo, Jafar Panahi ha saputo rimodellare ulteriormente il suo cinema, rendendolo un agile strumento con cui aggirare le restrizioni impostegli dal regime, schivare i provvedimenti volti a censurare e castigare la sua vena artistica, denunciare il sistema e le sue storture attraverso quell’amara ironia che costantemente lo guida, lo anima, facendogli al contempo da scudo di fronte ai possibili attacchi degli inquisitori di turno. In base alle ben note e tristissime vicende legali, al grande autore iraniano è stato vietato di fare cinema. Ma lui in un modo o nell’altro i film continua a farli. Tutto ciò, ovviamente, in una dimensione autarchica e semi-clandestina. Le opere di questi ultimi anni sono perciò diventate una testimonianza, pregevolissima, dell’esigenza di libertà e della strenua resistenza dell’ingegno umano alle prevaricazioni ottuse, oscurantiste, brutali, di chi lo vorrebbe comprimere in una gabbia.

Al 65° Festival di Berlino il suo Taxi Teheran è stato premiato con l’Orso d’oro da una giuria che aveva quale presidente Darren Aronofsky, altro cineasta di valore. Come avevamo già osservato in occasione di Closed Curtain, Orso d’argento nel 2013, sarebbe sbagliato vedere i premi berlinesi come un semplice tributo all’artista vessato dall’autorità, all’alto valore di un’operazione di resistenza culturale da lui concepita in regime di semi-libertà. Sarebbe riduttivo, perché non è solo questo. Per quanto tale aspetto varrebbe comunque un encomio e tonnellate di stima incondizionata, Panahi in queste opere non ha mai rinunciato a sperimentare sulla forma e a caricare di senso gli stilemi del suo fare cinema.
In particolare Taxi Teheran è un mirabile esempio di come questo suo spirito di contraddizione si sia fuso alla perfezione con differenti necessità: quella di rappresentare la propria condizione con autoironica e arguta onestà, come anche quella di andare un po’ oltre, tornando a commentare lo stallo di un popolo al bivio tra la tetra imposizione di costumi antiquati e il desiderio di evadere (come lui, del resto) dallo spartito monocorde che gli si vorrebbe imporre dall’alto. Perciò per tutto il film lo stesso Panahi è alla guida di un taxi, lanciato lungo le strade e le piazze di Teheran alla ricerca di clienti che sono poi frammenti di varia umanità; un’umanità rappresentativa dei diversi punti di vista operanti all’interno di una società in sotterraneo fermento, da quelli più retrogradi a quelli più avanzati e umanistici, da quelli timorosi di esprimersi a quelli che attraverso la musica o i film (anche qui i momenti meta-cinematografici sono tra i più riusciti) bramano una possibile valvola di sfogo.

L’insistito ricorso alla camera car diviene così un panopticum, un’efficace chiave di lettura delle contraddizioni insite nella società iraniana. Per certi versi, come esperienza spettatoriale, può tornare in mente l’esperimento effettuato (e solo in parte centrato) da David Cronenberg in Cosmopolis, con una limousine al posto del taxi in veste di perno narrativo dell’opera. Ma forse sono analogie superficiali. Mentre il lungometraggio diretto da Cronenberg, arrivati a un certo punto, deve scendere (metaforicamente e fattivamente) da quella limousine per prendere un’altra direzione, Panahi con ostinata coerenza rimane abbarbicato al mezzo di locomozione che ha scelto, connotando così la lunga ed emblematica carrellata di incontri. Con personaggi come la saggia nipotina Hana Saeidi a ricordargli, episodicamente, le radici (vedi l’intelligente, gustosa citazione de Lo specchio) del suo cinema. Fino a includere quell’epilogo che vede il taxi vuoto per un breve lasso di tempo. E quegli istanti sono sufficienti a far intravvedere le insidie di un fuori campo oscuro, da cui si materializza la presenza del controllo, delle guardie intente a spiare, di quella parte della società iraniana (al potere) che non intende far circolare liberamente le idee.

Stefano Coccia

Leave A Reply

15 − 14 =