Stro: The Michael D’Asaro Story

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7.0 Awesome
  • voto 7

La via della spada

Agli americani piacciono i vincenti. Una grossa parte della loro cultura si basa sulla “realizzazione del sogno americano”, sulla propaganda del paese delle possibilità dove ognuno ha un’occasione. Logico che i vincenti risultino tanto popolari, essi sono i testimoni che la propaganda è reale, gli Stati Uniti sono davvero la terra dove tutto è possibile e tutti possono realizzare i propri sogni. La realtà è più complessa e molto meno idilliaca. Ma chi conta i perdenti? I vincitori sono i soli importanti. Lo schermidore Michael D’Asaro difficilmente può essere annoverato tra i vincenti. Parole del narratore: “Ha perso più incontri di quanti ne abbia vinto”. E allora perché lo sceneggiatore Gregory Lynch Jr, con la collaborazione del regista Doug Nichols, gli ha dedicato il documentario Stro: The Michael D’Asaro Story in concorso all’ultimo Mescalito Biopic Fest?
Perché a volte il lascito di alcune persone, soprattutto nello sport, va al di là del mero conteggio dei trofei vinti. D’Asaro appartiene ad una particolare categoria di atleti ricordati non per i loro trionfi, ma per quanto hanno significato per le persone che hanno incontrato. Simili a D’Asaro sono il pilota Gilles Villeneuve ed il calciatore Gigi Meroni, tutte leggende senza trofei, o con pochi trofei nel caso di D’Asaro. La pellicola è in verità piuttosto convenzionale nella fattura; soprattutto nella prima parte. Diventa più coinvolgente nella seconda, quando aumentano le testimonianze ed i ricordi personali. Con il passare delle testimonianze si costituisce via via il ritratto di un uomo complesso; una personalità che potremmo definire “prismatica”. Impossibile forse da indagarsi fin nei più reconditi recessi. Dopo un inizio che pare premettere ad un grande successo, la storia si piega, si contorce e diventa la vicenda di un outsider. Michael D’Asaro sembrava davvero possedere tutte le qualità per affermarsi come il più grande nome della scherma statunitense, eppure ciò non avvenne. La sua via fu diversa. Egli non seguì la via che altri gli indicavano, seguì, il termine è congruo, la via della spada, la sua via della spada. Non tanto incarnando la figura di un moderno samurai, quanto piuttosto quella dell’hidalgo, lo spadaccino spagnolo che vive di onore e sangue, sordo ai richiami della mondanità egli agisce secondo un rigido codice noto a lui solo. E in questo non può non ricordarci quello splendido personaggio letterario che è il Capitano Alatriste, partorito dalla penna di Arturo Pérez-Reverte.
E dunque, cosa ci resta? Ci resta la figura di un uomo rimasto sempre fedele a sé stesso, il quale, nel corso della sua vita, pur non raggiungendo mai quelle vette che benissimo avrebbe potuto raggiungere se solo fosse venuto a compromessi con ciò che era, se avesse accettato di non essere compiutamente se stesso, toccò molte persone nel corso della sua vita, in maniera profonda e durevole e di questa è composta la sua eredità, un’eredità che non prende polvere, non ammuffisce, ma si rinverdisce ogni giorno nei cuori di chi lo ha conosciuto.

Luca Bovio

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