Disco

0
6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

C’è lo zampino del Diavolo

Mirjam è l’avvenente figliastra del pastore di una chiesa evangelica libera, nonché campionessa mondiale in carica di disco dance freestyle. Ama danzare, ma il suo corpo le sta lanciando un grido d’aiuto. Durante una gara, infatti, la ragazza ha un crollo emotivo e cade sul palco. Per la sua famiglia, però, l’unica risposta ai suoi problemi è essere una credente migliore.
Dopo avere letto le poche righe di sinossi di Disco, la prima cosa che passa per la mente dello spettatore di turno è la possibilità concreta di trovarsi al cospetto dell’ennesimo film incentrato sui culti o le comunità religiose dal DNA estremista, di quelle che usano la “fede” in qualcosa o in qualcuno come strumento per fagocitare i propri adepti. La lista di titoli in tal senso è piuttosto vasta e conta film come The Master, La ragazza del mondo, Colonia o The Sacrament. Un plot, quello dell’opera seconda di Jorunn Myklebust Syversen, che potrebbe suonare come campanello d’allarme per quanto concerne i contenuti della pellicola e la ripetitività di certe dinamiche narrative e drammaturgiche. Pericolo per fortuna scongiurato, almeno in parte, poiché l’ambientazione è distante da quella che viene solitamente associata a certe pratiche estremiste. Siamo nella medio-borghesia scandinava, all’interno di una comunità e di un nucleo familiare “aperti” che lasciano liberi, assistono, consigliano, praticano, ma senza obbligare o dettare regole da non violare. Trattasi di una congregazione evangelista “alla moda”, che accetta nastrini, scintillii e paillettes, nella quale ciascuno può fare del proprio corpo e della propria vita ciò che vuole. L’importante è credere, non perdersi e soprattutto puntare alla perfezione. Fattori che diventano però per la protagonista motivi di stress, ma soprattutto una gabbia psicologica dalla quale non riesce ad evadere, nonostante non ci sia nulla che la tenga imprigionata. Situazione che crea disagio tanto in lei quanto nello spettatore che osserva passivamente. Ed è proprio questa visione altra, nella quale la cineasta norvegese immette le vicissitudini domestiche e adolescenziali della giovane protagonista, qui interpretata dalla convincente Josefine Frida Pettersen, a differenziare il progetto da quelli analoghi. Visione che probabilmente avrà convinto la giuria della 21esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce ad attribuire alla sceneggiatura un riconoscimento.
Ciò non toglie che Disco sia un film a suo modo di denuncia, come lo sono stati più o meno esplicitamente i titoli succitati. Un film che passando per un romanzo di formazione riflette sull’impatto che le realtà religiose hanno su chi attraversa fasi delicate della vita, in questo caso una ragazza. Lo fa analizzando le strutture di potere negli ambienti cristiani evangelici, poiché il controllo sociale, gli squilibri e gli abusi mentali e fisici non riguardano necessariamente culture diverse dalla nostra o minoranze, ma si verificano anche in ambienti cristiani. Insomma, ovunque.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

diciassette − otto =