Stories We Tell

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il segreto di Sarah

Se la trentacinquenne attrice canadese Sarah Polley è da tempo considerate una delle migliori – nonché appartate – attrici della propria generazione, da oggi è arrivato il momento di considerarla anche per la sua importanza di regista cinematografica. All’ottimo esordio di Away from Her (2006), struggente cronaca di una malattia senile in ambito di coppia, va ora ad aggiungersi – con l’intermezzo dell’inedito Take the Waltz – questo Stories We Tell, sorprendente e sperimentale ibrido tra documentario e finzione incentrato sulla autentica vicenda familiare della Polley.
Ammirata nella sezione Giornate degli Autori della sessantanovesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, l’opera terza della sensibile autrice nativa di Toronto comincia come un toccante percorso a ritroso nel tempo sulla figura di sua madre prematuramente scomparsa quando lei era ancora molto piccola, per trasformarsi poi – con eccellente senso della misura in una sorta di indagine sulla identità della stessa regista nonché sulla assoluta necessità della verità come percorso obbligato per arrivare ad una comprensione il più possibile approfondita dell’essenza di una singola persona.
Attraverso le numerose testimonianze della composita famiglia Polley, efficacemente intramezzate da finti super 8 tesi a ricostruire immagini d’epoca con attori ad impersonare i veri familiari e conoscenti vari, in Stories We Tell Sarah Polley ricostruisce con coraggio a dir poco ammirevole ciò che si cela dietro l’apparente “normalità” di una famiglia come tante altre ad ogni latitudine, con problematiche da superare che si rivelano in realtà più serie di quello che potrebbero sembrare ad un primo sguardo. L’infelicità di una donna vitale come poche altre – la mamma di Sarah – emerge con un nitore capace di far affiorare ancora oggi il dolore nei familiari, probabilmente messi di fronte ad un costante rimosso proprio dall’oggettività estrema della macchina da presa, strumento nei confronti del quale, quasi si trattasse di una vera propria sorta di confessionale, è impossibile mentire. La figura della Polley così si duplica, arricchendo in maniera sostanziale l’apparato teorico di un film che riesce a fare del regista al contempo la parte del maieuta socratico e dell’oggetto passivo di un evento biologico assolutamente indipendente dalla propria volontà. Di più non sveleremo del segreto familiare riguardante la stessa Sarah Polley, anche perché Stories We Tell – nella voluta ambiguità del titolo c’è anche quel tipo di ipocrisia forse indispensabile per andare avanti con la vita – si propone in fin dei conti anche come prezioso viaggio tra i generi del cinema di finzione, dal dramma alla commedia, per chiudere con il giallo di cui solo grazie ad un’insolita forza d’animo di alcuni membri della famiglia Polley si verrà a capo.
Ci sentiamo però di condividere in maniera totale il significato ultimo di un’opera che forse ha il solo, veniale, difetto di sottolineare un po’ troppo insistentemente la natura “catartica” del medium (la Polley in cabina di regia a coordinare le registrazioni del padre intento a raccontare la Storia alla base del film): l’esigenza della verità è spesso l’unica via attraverso la quale è possibile ricostruire, anche a costo di fare tabula rasa di un precedente passato costellato di bugie.
Va dato merito a Sarah Polley di aver affrontato – e reso pubblico grazie a Stories We Tell – tale difficoltoso percorso. E perciò di essere cresciuta sia sotto il profilo artistico che umano, assieme a tutte le persone coinvolte. Aspetto quest’ultimo di straordinaria importanza.

Daniele De Angelis

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