Jimmy’s Hall

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9.0 Awesome
  • voto 9

Jimmy Gralton: irlandese e proletario, senza compromessi

Il cinema di Ken Loach continua a comunicare emozioni profonde. Le sue narrazioni colpiscono nel segno, sia che la rabbia proletaria appaia mitigata e si trasfiguri nei termini immaginifici della commedia (Il mio amico Eric, La parte degli angeli), sia che l’impulso offerto dalla grande Storia e dai conflitti sociali del Novecento proceda lungo la via maestra, assumendo occasionalmente (The Spirit of ’45) la forma classica del documentario. Anche in Jimmy’s Hall lotte politiche e Storia contemporanea sono grandi protagoniste, in un contesto che è da sempre particolarmente caro a Loach: quello irlandese. Senza nemmeno scomodare i “Troubles” nell’Ulster e quindi L’agenda nascosta, con la sua cornice a noi più vicina nel tempo, il referente più immediato è ovviamente Il vento che accarezza l’erba, premiato con la Palma d’Oro a Cannes nel 2006. Eppure, dei due film ricollegabili al periodo in cui l’Irlanda otteneva faticosamente l’indipendenza senza però intaccare più di tanto i rapporti di classe, è proprio l’ultimo realizzato dalla premiata ditta Loach/Laverty ad averci veramente entusiasmato, regalandoci brividi più profondi sia a livello umano che sul piano strettamente politico. Intendiamoci, massimo rispetto per la visione delle lotte trasmessa con Il vento che accarezza l’erba, ma nonostante la straordinaria accoglienza di pubblico e critica l’impressione che avemmo, del tutto soggettiva, fu di un maggiore congelamento della messa in scena. In Jimmy’s Hall, al contrario, non solo le idee dell’autore sui contrasti socio-politici acquistano toni persino più chiari, più forti, ma ogni cosa appare connotata da una maggiore vivezza. Dalle ricostruzioni ambientali alla partecipazione emotiva degli interpreti. E così una vicenda umana che a occhi distratti potrebbe apparire quasi marginale, rispetto ai fatti narrati nell’altro film, diventa strada facendo sempre più coinvolgente e paradigmatica.

Un altro elemento soggettivo dal quale, umanamente, non possiamo prescindere, è la particolare circostanza in cui venimmo a conoscenza del progetto di Loach. Il cineasta britannico si trovava già sul set, in Irlanda, quando provammo a contattarlo attraverso la sua assistente personale per una proiezione di Terra e libertà, programmata nell’ambito dei corsi di formazione del Partito Comunista dei Lavoratori. In sostanza gli chiedevamo qualche parola di commento all’iniziativa, ovverosia qualche nota personale sui valori di cui si fa portavoce, oggi più che mai, una delle sue opere cinematografiche più vibranti e incisive. Per quanto la realizzazione di Jimmy’s Hall fosse entrata ormai nella “fase calda”, con la vita sul set di un film in costume che di certo non presuppone distrazioni eccessive, ricevemmo in breve tempo dall’Irlanda un comunicato di Loach, che oltre a dimostrare la sua estrema disponibilità coglieva in pieno lo spirito di tale cineforum. Per questo ci teniamo a riproporre ora le sue osservazioni, condividendole coi lettori:
I am very pleased that you have chosen to show our film ‘Land and Freedom‘. Although we live in different times, there are similarities between the 1930’s and the present. Now, as then, there is an economic depression, mass unemployment and great poverty. The Left is not responding with sufficient strength. There are divisions, class compromise and sectarianism. These weaknesses fatally wounded the struggle in Spain. And, as before, the extreme Right is on the move, providing false but easy answers for people’s problems. The poor, the immigrants, those of another race or colour – these are made the scapegoats for the failures of capitalism.
The lessons of the Spanish War are clear. We need to learn them urgently.

Yours, in solidarity,
Ken Loach

Ci sembra che un messaggio simile testimoni non soltanto la vicinanza di Loach a una parte del suo pubblico, quella impegnata in analoghe battaglie, ma anche una verità profonda contenuta nel suo cinema: raccontare storie del passato non come cartoline sbiadite, semmai come modelli la cui carica eversiva non si è spenta nel tempo, continuando a fungere da esempio. Tale è senz’altro la parabola di Jimmy Gralton, un irlandese coraggioso che in anni di compromessi e di riconciliazioni posticce aveva caparbiamente ripreso, dopo un’assenza forzata dall’isola, ad indicare senza esitazioni i veri nemici del proprio popolo: lo strapotere ecclesiastico, sempiterno strumento della reazione; le angherie dei grandi proprietari terrieri, asserragliati in quei possedimenti difesi all’occorrenza da squadracce di sgherri armati; le stesse autorità della neonata repubblica, formatasi in un tortuoso processo di emancipazione dall’imperialismo britannico, ma già asservita agli interessi delle vecchie forze padronali. La sala da ballo faticosamente rimessa in piedi da Jimmy, contrariamente al volere del clero locale e degli altri bigotti, si configura nel film quale estremo grido di libertà della classe oppressa, quale rivendicazione della vitalità che i tetri difensori dell’ordine costituito tenteranno in ogni modo di schiacciare. Nel modo in cui Ken Loach e il suo sceneggiatore Paul Laverty hanno voluto rappresentare certi contrasti di natura sociale si percepiscono soluzioni, sia drammaturgiche che stilistiche, tali da ricordare proprio Terra e libertà; e con esso quella volontà, rivendicata dallo stesso autore nel messaggio testé proposto, di attualizzare il senso di determinate lotte riallacciandole all’oggi. Le riprese incalzanti delle franche, accese discussioni tra Jimmy e gli altri militanti coinvolti nella riapertura della sala da ballo riecheggiano, infatti, un’analoga sequenza riferita alla collettivizzazione delle terre, che del capolavoro ambientato durante la Guerra Civile Spagnola è indiscutibilmente uno dei momenti più intensi. In entrambi i casi l’immediatezza delle scene sembra fare da ponte tra un passato sentito così vivo e le incognite del presente. Ma nell’accostamento della cornice iberica e di quella irlandese, nelle analogie tra queste differenti produzioni cinematografiche, si concretizza anche una vocazione Internazionalista che fa onore a Ken Loach.
Ci viene pertanto la tentazione di ridare la parola all’autore. Nell’intervista di Leonardo Lardieri pubblicata, da Cannes, su Sentieri Selvaggi, veniva fatta a Loach la seguente domanda: “Ci può raccontare i motivi che l’hanno spinta a raccontare la storia di Jimmy Gralton?”. E a questa più che legittima curiosità il regista ha risposto così: “E’ una storia di grande ricchezza, in cui si dimostra che la sinistra all’epoca non era soltanto moribonda, depressiva, e contraria al divertimento, al piacere delle feste. Questa storia mostra anche come la gerarchia ecclesiastica è pronta a fare blocco insieme al potere economico. La vicenda di Jimmy Gralton rappresenta anche quello che succede ancora oggi. Lo Stato e la chiesa sono diventati organi di repressione”.

Una sintesi ineccepibile. E tra i molteplici meriti del film di Loach, abitato da volti spigolosi e sinceri che assicurano verità a ogni inquadratura, c’è anche questo: l’aver preso di petto, con un sarcasmo pungente (riscontrabile tanto nell’utilizzo del materiale di repertorio, riferito alla visita di un alto prelato nell’Irlanda dei primi anni ’30, che nella costruzione, diversificata e sfaccettata ma in nessun caso assolutoria, di tutti quei personaggi per niente ameni che vestono qui la tonaca), il ruolo nefasto della chiesa cattolica, un ruolo che nella storia irlandese ha fatto spesso rima con ignoranza, violenze private e repressione culturale, come sa bene il pubblico di altre eccellenti pellicole: in primis Magdalene di Peter Mullan e Philomena di Stephen Frears. Queste oscure, torve presenze interferiscono con la loro grettezza producendo scarti drammaturgici di notevole intensità, da cui emerge con ancor più dignità e fierezza la figura di Jimmy Gralton, indomito leader comunista che, per aver voluto dare una speranza alla gioventù di un’Irlanda rurale schiacciata dall’oscurantismo e dalle manovre di politici opportunisti, venne condannato a un nuovo e stavolta definitivo esilio.

Stefano Coccia

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