Stalking Chernobyl

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Terra di fantasmi

Il riferimento geografico di Pripyat può forse non suggerire molto a chi leggerà quest’articolo. Si tratta(va) di un’amena località vacanziera ucraina situata al confine con l’attuale Bielorussia. Se però parliamo di Chernobyl ecco invece scattare il classico campanello d’allarme “transculturale” sui pericoli insiti nel trattamento dell’energia di nucleare come fonte di energia. Perché proprio Pripyat era la cittadina adiacente alla famigerata centrale il cui incidente causò, nel 1986, la tristemente nota tragedia.
Il documentario diretto dalla cineasta brasiliana – di origine asiatica – Iara Lee torna, a distanza di ormai trentaquattro anni, sui luoghi deputati, non tanto per rievocare un olocausto che dovrebbe servire a futura lezione per tutti coloro che ancora credono come la tecnologia possa essere esente da rischi, quanto per raccontare una realtà in grado di sfuggire ad ogni preventiva sorta di catalogazione. Il risultato è un documento visivo in apparenza tradizionale nella forma ma invece moderno e tellurico nella sostanza, capace di fornire un quadro abbastanza desolante sulle derive intraprese da un’umanità provvista di memoria assai corta, portata più alla trasgressione che alla lezioni morali pesantemente inflitte da un passato incancellabile. Del resto già il titolo del prezioso lavoro della Lee mette da subito le carte in tavola senza possibilità di equivoci: Stalking Chernobyl: Exploration After Apocalypse (come recita il titolo completo) è la cronaca, significativa e spietata, di una violazione che si ripete sin da quel terribile ventisei aprile, perpetuando in modi differenti uno scempio che pare non volere conoscere la parola fine.
A distanza di tanto tempo, infatti, non solo persistono zone del territorio ad altissimo rischio radioattivo, ma è proprio tale concetto di pericolo ad animare le intenzioni di persone intenzionate a sfidare lo stesso penetrando nella cosiddetta zona di esclusione, animati dalla semplice volontà di raggiungere un traguardo proibito. Superando, tra l’altro, pericoli tutt’altro che trascurabili. Un fraintendimento culturale frutto di una vulgata che nel corso del tempo ha trasformato il luogo in questione da tragico monumento a futura memoria in una specie di località-fantasma priva di qualsiasi reminescenza, una sorta di brand da sfruttare esclusivamente a fini economici attraverso il commercio di paccottiglia varia, persino videogames e affini. Una deteriore trasfigurazione che il documentario illustra come meglio non potrebbe, non dimenticando di rappresentare, a mo’ di contraltare, come la Natura stia cercando a riprendere possesso di quei territori così pesantemente offesi dalla mano dell’uomo. Si alternano allora testimonianze di superstiti che ricordano il prima e il dopo quel fatidico giorno, turisti con il gusto del macabro e infine, appunto, quegli “stalker” che violano il territorio proibito animati esclusivamente dalla voglia insopprimibile di cogliere la “mela proibita”. Le finalità antropologiche di Stalking Chernobyl appaiono dunque evidenti: non solo un ammonimento a far sì che il nefasto passato non si ripeta in futuro, ma soprattutto la presa d’atto di come il consumismo – nelle sue sfumature più recondite e sofisticate – abbia prevalso ineluttabilmente sull’importante funzione del ricordare e la capacità di riflessione. Un discorso che potrebbe essere applicabile in qualsiasi campo della vita quotidiana, a partire dalla politica (con il proliferare dei revanscismi sovranisti) fino ad arrivare agli integralismi religiosi, con gli attacchi ideologici all’attuale Pontefice tanto per fare un altro esempio in casa nostra.
Invitiamo dunque senza esitazione alla visione di Stalking Chernobyl, documentario che il lettore potrà guardare nello spazio preposto in calce all’articolo. Un lavoro, quello di Iara Lee, capace di scartare le trappole dell’ovvio nel nome di un senso etico di cui purtroppo molto cinema attuale ha perduto l’impronta originaria.

Daniele De Angelis

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