St. Vincent

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4.0 Awesome
  • voto 4

Quando persino Bill Murray non basta

L’attore principale di un film di solito rappresenta un piccolo marchio di garanzia. È come l’etichetta “doc” sui vini; come la dicitura “scelto dal Gambero Rosso” davanti ai ristoranti; come il grande calciatore che indossa un determinato paio di scarpini. Non meno dei beni di largo consumo, il cinema di oggi – diciamoci la verità – è maledettamente vittima del fenomeno “testimonial”, il quale, con la sua storia e il suo carisma, rende più o meno appetibile un film.
Quelli della Eagles Pictures stavolta ci hanno messo la faccia di Bill Murray, sul loro prodotto, e questo garantirà senz’altro un boom ai botteghini e tante belle vacanze alle Bahamas allo scaltro regista. Ma se si vuole parlare di cinema come forma d’arte, allora la musica cambia. Perché se è vero che Bill Murray non ne sbaglia mai una, questo St. Vincent, ahinoi, è l’eccezione che conferma la regola. Dialoghi piatti, eccesso di retorica, scarsa originalità: queste le poche parole con cui possiamo definire il film di Theodore Melfi, alle prime armi come regista e sceneggiatore, un piccolo fiasco.
Eppure il soggetto non è certo dei peggiori: un pensionato dal carattere piuttosto intrattabile (Bill Murray), si trova, per una serie di imprevedibili circostanze, a dover fare da baby-sitter al piccolo Oliver (Jaeden Lienerher), un bambino di dodici anni alquanto timido, vittima dei soprusi dei bulli della propria scuola. Vincent, questo il nome del bisbetico, insegnerà ad Oliver ad essere “uomo” e ad affrontare la vita; gli farà conoscere il mondo dell’alcool e delle scommesse, i night club e le loro “signorine della notte”, dando al bambino un’opportunità di crescita interiore che altrimenti non avrebbe mai avuto, non tanto per esser diventato un uomo di strada, quanto per essersi creato gli anticorpi che lo proteggeranno da quel velo di pregiudizio nei confronti di determinate realtà che inevitabilmente i benpensanti da cui è circondato gli avrebbero trasmesso. Il rapporto con Vincent rappresenta per Oliver un ottimo antidoto contro questo tipo di veleno.
Sebbene la trama presenti, quindi, degli interessanti spunti di riflessione, il modo in cui si sviluppa lascia un bel po’ desiderare. Con un’esasperante mediocrità, assistiamo, infatti, allo svolgersi dei fenomeni così come verrebbero narrati, senza alcuna digressione temporale né scenica. I momenti che regalano maggior suspense, se vogliamo, sono quelli in cui il piccolo Oliver dimostra che qualcosa da Vincent la sta imparando, anche se questo si traduce in vere e proprie scene di violenza i cui protagonisti sono dei pargoli poco meno che teenagers. La totale mancanza di esperienza nell’uso della macchina da presa genera una pellicola che, tutto sommato, potrebbe presentarsi come un piacevole film per la TV. Ma al cinema ci si va per assistere a film che qualcosa di artistico ce l’abbiano, altrimenti tanto vale rimanersene a casa. La retorica, infine, è trita e ritrita: un personaggio scorbutico e poco raccomandabile si rivela un bonaccione dal cuore tenero, portatore di valori molto più profondi di quelli trasmessi dall’ipocrita società che lo ripudia.
Una lancia la si può spezzare a favore di Bill Murray che, nonostante la mediocrità del prodotto, riesce a spiccare con una performance che ne fa un attore tutt’oggi di rispetto, con quell’aria disincantata che si porta dietro dai tempi di Ghostbusters e di cui non si è mai voluto – giustamente – disfare. Un’aria che ben si sposa con i suoi personaggi, sempre cinici ma, in fondo, di animo tenero, un po’ burberi, ma anche un po’ incompresi, incapaci di comunicare le loro emozioni a chi li conosce superficialmente, ma perfettamente in grado di aprirsi con chi riesce a penetrarne la corazza.
Theodore Melfi aveva già in mente il suo Vincent per filo e per segno, prima di iniziare quest’avventura; e se è vero, secondo quanto ci racconta, che ha dovuto inseguire il grande Murray per sei mesi, prima di ottenere da lui solo un incontro, possiamo dire, col senno di poi, che ne è valsa la pena, poiché la scelta del personaggio principale non poteva essere più azzeccata.

Costanza Ognibeni

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