La prova del fuoco
Tra i dieci titoli selezionati nel concorso della prima edizione del Milano Film Fest tre arrivano da altrettante prolifiche cinematografie orientali. Una di queste è quella filippina, dalla quale appartiene l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Petersen Vargas dal titolo Some Nights I Feel Like Walking, il suo quinto e sicuramente più maturo lungometraggio tra i cinque realizzati sino a questo momento.
Il regista di Manila, che fa della città dalla quale proviene come nei precedenti la cornice e la parte integrante del racconto, torna a raccontare l’adolescenza e la fuga, ma questa volta lo fa calandosi nel ventre della notte, tra luci al neon e asfalto bagnato. Qui vaga Zion, un adolescente in fuga da un passato invisibile, che si rifugia in una comunità di giovani hustler, anime perse ma leali. Quando uno di loro muore, il gruppo decide di esaudire il desiderio del defunto di essere seppellito nel suo villaggio rurale natale, intraprendendo un viaggio che li obbliga a confrontarsi tanto con la geografia del paese quanto con i fantasmi del proprio vissuto. Ma la tenerezza può fiorire ovunque, anche nell’oscurità, sembra dirci Vargas. Così, il viaggio dei protagonisti si trasforma in un’allegoria del maturare, del diventare adulti.
Con Some Nights I Feel Like Walking torna ad affrontare temi a lui cari e centrali nel suo percorso autoriale, gli stessi che ritroviamo sin dagli esordi e in particolare in 2 Cool 2 Be 4gotten. Intrecciando un road movie notturno con l’incanto ruvido di una favola queer, l’autore porta sullo schermo una storia di formazione dura e cruda, che in quanto a realismo non fa e non vuole fare sconti allo spettatore. La mente torna al cinema pasoliniano, di riflesso a quello del compianto Caligari e all’immersione nel “ventre” malsano, spietato e senza speranze delle borgate capitoline. Ma la mente torna anche al recente Più buio di mezzanotte di Sebastiano Riso, con il quale il film di Vargas ha molti punti in comune, a cominciare dalla fuga disperata del protagonista dalla famiglia, che lo porta a vivere in strada a Catania dove si prostituisce per tirare a campare e a frequentare una comunità errante di queer. Il risultato è un “viaggio al termine della notte” in una realtà che concede solo fiochi raggi di speranza che come bagliori di luce si fanno largo nell’oscurità. Ne viene fuori un ritratto di una gioventù smarrita, costretta a scendere a compromessi con il dolore e l’assenza di umanità, quella che tutti indistintamente inseguono disperatamente tra le strade, i vicoli, i cessi, i cinema a luci rosse e le stanze di luridi motel tra fugaci amplessi e droghe pesanti.
Il regista filippino gestisce bene le emozioni cangianti senza mai calcare la mano, canalizzandole e filtrandone attraverso una scrittura calibrata, delle performance di giovani e convincenti interpreti (tra cui spicca il talentuoso Miguel Odron nei panni di Zion) e una messa in quadro solida e capace di guizzi (vedi il notevolissimo piano sequenza che anticipa i titoli di coda).
Francesco Del Grosso









